In questo tempo sospeso, in cui il silenzio della vita fuori arriva assordante nelle nostre case, nei giorni interminabili dell’attesa, dove la quotidianità diventa un valore da riconquistare, nel rincorrersi di troppe informazioni, è importante ascoltare chi, come Maurizio Perino, vive là dove tutto ebbe inizio, in Cina. Lo ringraziamo per questo suo racconto quanto mai illuminante:

“Nonostante il periodo che stiamo vivendo in tutto il mondo – racconta Maurizio – è un piacere tornare a scrivere qualche riga per i miei compaesani sulle pagine di Cose Nostre.

Non potrò che parlarvi di quest’epidemia che ha stravolto l’intero pianeta e che qui in Cina ha visto il suo primo focolaio. Vi racconterò della quotidianità e dei grandi cambiamenti che tutto ciò ha comportato nella quotidianità.

Io vivo nella provincia del Guangdong, a sud della Cina e precisamente a Shenzhen, la megalopoli al confine con Hong Kong. Le prime notizie di allerta sull’epidemia di Wuhan sono iniziate ad arrivare intorno al 12 Gennaio: proprio nei giorni di febbricitante agitazione per il tanto atteso Capodanno cinese.

Il parco chiuso con ancora gli addobbi del capodanno cinese

Il Capodanno cinese è come per noi il Natale, significa famiglia e casa. Infatti, per la stragrande maggioranza delle persone, è l’unico periodo dell’anno in cui possono tornare al proprio paese e dalla propria famiglia. È la vacanza più lunga per chi spesso lavora sei giorni a settimana e fino a 11 ore al giorno e, per i più benestanti, è il periodo in cui possono viaggiare e svagarsi.

Questo per far capire quale fosse lo stato d’animo delle persone in quel preciso momento, la gioia della vacanza tanto attesa aveva fatto sottovalutare l’epidemia appena iniziata. Si era inteso che era qualcosa di nuovo, ma nessuno aveva immaginato che avrebbe stravolto le vite di tutti nei  mesi successivi.

La data del 22 Gennaio è stata il campanello d’allarme: il fenomeno era in crescita per cui iniziavano le prime raccomandazioni di evitare spostamenti per gli abitanti del Hubei, di denunciare se si era entrati in contatto con qualcuno arrivato dalla provincia e di usare le mascherine per abbattere il rischio di rilascio di saliva.

Nella mia provincia, pur non essendoci state segnalazioni di casi, erano già in vigore controlli della temperatura a tutte gli ingressi della metropolitana, frontiere e uffici pubblici. Il periodo di vacanza ufficiale, iniziato il 24 Gennaio è stato esteso fino al 3 Febbraio, in seguito è stato proibito a tutte le aziende di riaprire fino al 10 di febbraio. Il più lungo periodo di pausa della Cina moderna.

In quei giorni le grandi aziende, come quella in cui opero che occupa a pieno ritmo 13.000 persone (si estende con oltre 20 stabilimenti di 6 piani per una superficie pari a un terzo dello stabilimento di Mirafiori di FCA) hanno dovuto implementare una lunga  serie di regole e direttive date dal governo per consentire la ripresa delle attività.

Nel nostro caso ha richiesto una settimana aggiuntiva e diverse ispezioni degli ufficiali governativi prima di poter iniziare a riammettere lavoratori e impiegati al suo interno.

Tra le precauzioni prese posso elencare alcune che danno un’idea di quanto seriamente è stato affrontato il problema. Con l’obiettivo di separare ed evitare zone di assembramento sono stati predisposti  percorsi differenziati e isolati per tutti gli edifici. Dei sette cancelli di ingresso solo due sono tutt’ora in uso e, ogni giorno, a tutti gli addetti ai lavori, viene monitorata la temperatura corporea e chiesta un’autocertificazione sulla presenza di sintomi o spostamenti dalle zone di residenza.

Ogni operatore riceve almeno tre mascherine a settimana obbligatorie nell’azienda, ma anche fortemente raccomandate nella vita comune.

Molti sanno che questo non è un rimedio al contagio ma un modo per attenuare le preoccupazioni altrui, in primis  è una richiesta delle autorità e per tanto non viene messa in discussione. Vi posso garantire che con l’aumento delle temperature, le mascherine non sono un gadget piacevole.

Ancora oggi i passaggi tra un ufficio e l’altro sono limitatissimi e persino all’interno del mio ufficio ho dovuto fare teleconferenze con i colleghi per evitare di mettere tutti nella stessa stanza contemporaneamente. La mensa è stata quasi completamente chiusa e i pasti vengono consegnati negli uffici e nella zona di lavoro; due volte al giorno vengono controllate le temperature corporee, disinfettate strade, pavimenti e corridoi.

Alcuni di questi provvedimenti sono oggi meno necessari, ma la scelta delle autorità e della gente è di evitare ogni ulteriore rischio a scapito di rinunce tutto sommato limitate.

Dopo due mesi, la mia azienda, così come il resto dell’industria e delle attività commerciali, sono tornate all’attività pur dietro le limitazioni che ho descritto. Ogni singolo operatore e dipendente è stato ammesso a lavoro solo dopo essere stato sottoposto all’ispezione delle autorità. Esse verificano, sulla base delle dichiarazioni, ma anche sulla tracciabilità delle connessioni telefoniche, se gli individui sono stati in zone a maggior rischio o in quelle con  contagi rilevati. La tracciabilità telefonica è limitata a “è stato in zone critiche” o “non è stato in zone critiche” non al dettaglio degli spostamenti ovviamente.

In base a tali controlli si predispone un periodo di osservazione o quarantena dai 7 ai 14 giorni.

Oggi il mio team di lavoro è in attesa del ritorno dei nostri colleghi di Wuhan che pur senza aver mai avuto problemi di salute sono isolati e bloccati dal 20 di Gennaio con le restrizioni che l’Italia ha adottato in queste ultime settimane. Otto settimane che si prolungheranno con ogni eventualità a 12 se i contagi si azzereranno nei prossimi giorni. Alle persone di Wuhan è corso spesso il mio pensiero e la mia ammirazione per la tenacia e forza di volontà  di cui sono stati capaci.

Nella vita quotidiana qui a Shenzhen, dove sono stati registrati solo 4 casi dal 18 di febbraio e tutti a causa di persone rientrate, si iniziano a muovere i primi passi per recuperare la normalità. Esistono tuttavia ancora divieti ed obblighi, come l’uso delle mascherine, i ristoranti iniziano ad aprire ma con limitazione sui posti a sedere e una maggiore distanza minima tra i posti, i negozi non servono la merce ma la lasciano alla porta, i centri commerciali chiudono alle 19.00 invece che alle 22.00 e i locali entro le 23.00.

Tutti gli esercizi commerciali riaperti, sono tenuti a registrare i propri clienti, misurare la temperatura corporea e mantenere i registri. Le stesse precauzioni vengono prese anche dalle guardiole degli edifici abitativi, per le palazzine sono stati adibiti gazebi di volontari che registrano ingressi e verificano la temperatura corporea.

Ogni spostamento viene tracciato sui mezzi pubblici e taxi con the codici QR: dei rettangolini che vengono inquadrati con il telefono e associano la macchina, la cabina della metro o bus su cui siamo e il tempo in cui ci viaggiamo. Questo per avere una tracciabilità nell’eventualità di nuove casistiche.

Se da una parte si spera di tornare presto alla normalità dall’altra tutte queste precauzioni trasmettono una sensazione di attenzione e cautela, tuttavia molte procedure sono ancora manuali e si rileva ancora una certa confusione e reiterazione nella raccolta delle informazioni.

Shenzhen, capitale mondiale dell’elettronica insieme ad  altre grandi città, ha messo in piedi sforzi tecnologi importanti, oltre ai sistemi di tracciamento tramite codici QR di cui si è parlato, sono stati utilizzati droni per distribuire provviste e alimenti. Alibaba, il grande colosso dell’e-commerce, ha sviluppato un algoritmo per leggere le lastre di raggi X, così da aiutare i dottori a capire se si tratta di Covid o polmonite stagionale, con altissime percentuali di successo e lo ha distribuito gratuitamente a tutti gli ospedali.

Sono state potenziate la rete di distribuzione a domicilio di prodotti e alimenti per cui fare la spesa senza andare ai supermercati è estremamente accessibile e facile così come reperire informazioni dalle autorità. Tuttavia le consegne non vengono più fatte alla porta ma alla guardiola per evitare  l’ingresso ai non residenti.

Tutt’oggi Shenzhen, una città di almeno 13 milioni di abitanti, si muove in punta di piedi, le aree che erano sempre affollate sono diventate prima deserte ed oggi ripopolate in modo via via crescente. Siamo fiduciosi che presto una nuova normalità sarà disponibile ma non sappiamo ancora esattamente se sarà la stessa a cui eravamo abituati.

Non sono in grado di trarre conclusioni su come questa crisi sia stata gestita e cosa ha comportato. Da italiano in Cina ho potuto, sfortunatamente, assistere a come due popoli a me così cari hanno gestito la situazione. La Cina ha pagato un’estensione dell’epidemia dovuta al periodo di grandi spostamenti che iniziava proprio nei gironi di nascita dell’allerta nazionale, periodo in cui normalmente l’equivalente di tutta la popolazione d’Europa geografica si sposta, ma è riuscita a limitare i danni grazie all’attitudine dei cittadini a seguire le indicazioni delle autorità.

Di fronte ad un’epidemia gli interventi fondamentali sono atti a minimizzare i contagi e a tracciare i contagiati durante il possibile tempo di incubazione. Si parla di un virus che, fuori dalla regione dell’epicentro, ha rivelato un tasso di mortalità 10 volte superiore a quello registrato per i virus per cui esistono vaccini e anticorpi. Tuttavia, nella città di Whuan, nonostante gli sforzi per aumentare le strutture ospedaliere e concentrare sul luogo dottori e infermieri da tutto il paese, la mortalità ha superato di 60 volte quella registrata per i virus stagionali.

Mi auguro sinceramente che la situazione non richieda ai miei compatrioti lo stesso livello di sforzo ma spero che di fronte alla necessità sappiano dare prova di forza e pazienza, entrambe indispensabili.

Da casellese e torinese mi è tornata alla mente un’analogia forte tra quella che è la strategia messa in piedi da tutto il mondo per minimizzare il danno di questa epidemia e quella che storicamente è  una nostra caratteristica e un luogo comune. Il detto di essere dei “Bogianen” oggi calca a pennello. Tale denominazione nacque durante le battaglie del 1747 tra il Piemonte e le armate francesi, i “Bogianen” furono quell’armata che, difronte a un pericolo più grande di loro, rimase ferma con tenacia e resistenza per sconfiggerli sulla distanza. Così oggi tutti quelli che restano a casa a combattere questo virus diventano un po’ più “Bogianen”: tenaci, forti e resistenti.

Uso questo ultime righe per salutare tutti i miei concittadini e augurare che presto torni la meritata normalità, magari con una coscienza diversa nel viverla. Impariamo a capire che la  quotidianità  non è scontata, ma una fortuna e un privilegio conquistato con sacrificio, per questo è preziosa e meritevole di sforzi per poterla preservare. Che la nostra unità di intenti e forza nei momenti di difficoltà possa diventare convinzione di tutti i giorni, perché insieme e uniti le possibilità non si sommano, si moltiplicano.”

C’è un giorno che ci siamo perduti, come smarrire un anello in un prato. E c’era tutto un programma futuro, che non abbiamo avverato. È tempo che sfugge, niente paura, che prima o poi  ci riprende. Perché c’è tempo, c’è tempo, c’è tempo, per questo mare infinito di gente c’è tempo.” (Ivano Fossati)

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