Lontani ma vicini nel pensieri, nella nostalgia generata dalla mancanza dei gesti condivisi, delle parole e degli abbracci. Mai come in questi giorni difficili, la distanza dai propri affetti diventa un peso nel cuore che scandisce il tempo delle nostre giornate. Anche a vent’anni, quando, solo pochi mesi fa, le porte del mondo si aprivano, con l’entusiasmo della prima grande esperienza di vita “fuori”, lontano dalla famiglia.

Pietro La Torre è rimasto in Irlanda, in attesa di poter rientrare a casa, nel  suo racconto  è netta la linea di confine tra prima e dopo il coronavirus; ha voluto condividere con noi il racconto della sua esperienza, perché , come recita Dalla :”Caro amico ti scrivo, così mi distraggo un po’, e siccome sei molto lontano più forte ti scriverò…” anche attraverso le pagine del “nostro” giornale le distanze si accorciano e ci si sente a un passo da  casa.

“Ho 20 anni, – racconta Pietro- e studio  Ingegneria della Produzione Industriale al Politecnico di Torino, sono partito  a fine agosto  con l’ Erasmus per raggiungere l’ Irlanda, precisamente Athlone, nelle Midlands. L’idea di trascorrere un anno lontano da casa mi ha da subito entusiasmato, certo non è stato facile lasciare gli  amici e  la famiglia, qualche perplessità l’ho avuta,  ma la parte di me che voleva intraprendere una nuova strada  ha avuto il sopravvento e mi ha convinto a fare il grande “salto”.

Ho trovato alloggio in una residenza studentesca, a due minuti dall’ Università; vivo  in una zona rurale, leggermente distaccata del centro della città (10 minuti a piedi), totalmente immersa nel verde,  infatti dalla finestra della mia camera  posso ammirare immense  distese, qualche stradina sterrata ed un magnifico maneggio con decine di cavalli. Insomma un tipico paesaggio irlandese  bucolico ed estremamente rilassante.  Essendo una residenza abitata da soli studenti le giornate sono movimentate e molto vive. A dire il vero lo erano, soprattutto all’inizio  dell’esperienza, quando l’entusiasmo era alto: si chiacchierava con chiunque s’incontrasse in un clima di condivisione e spensieratezza, si discuteva e ci si confrontava  su qualsiasi argomento: era un bello scambio di vedute ed idee, di ragazzi provenienti da tutte le parti del mondo  e poi si giocava a calcio nel cortile e lì,  ovviamente, noi italiani abbiamo sempre brillato. Per i primi due mesi ho condiviso la casa con un ragazzo marocchino, molto timido ma molto simpatico: avere un compagno di stanza non italiano,  è stata una piccola sfida in quanto l’unico modo  per comunicare era attraverso la lingua inglese, aspetto non da trascurare.   Dal punto di vista formativo e personale il primo semestre è stato più che positivo, ho conosciuto nuove persone, stretto amicizie e rafforzato alcuni rapporti che avevo lasciato in Italia. L’impegno personale  è stato considerevole, in questo sono stato sempre sostenuto dai  miei genitori, ma soprattutto è stata forte la volontà di non deludere mio  nonno da sempre giudice  ligio e pretenzioso in materia scolastica, così in questa situazione mi sono sentito ancor più in dovere di mandargli esclusivamente buone notizie. La giornata di uno studente in Irlanda è molto piena, le lezioni si distribuiscono tra mattina e pomeriggio, dunque si è impegnati in università praticamente tutti i giorni fino alle 16 circa. Finite le lezioni il resto della giornata dipende dal periodo in cui ci si trova (sessione esami oppure no questo è il dilemma). Normalmente, dopo  la lezione si scappa in biblioteca a studiare per  un paio d’ore, dopodiché  si corre a sfogarsi  in palestra o sul campo da calcio, quando non si ha troppo da studiare invece ci si fionda in uno dei numerosi pub che popolano la città e ci si svaga tra una partita a freccette e una… a Guinness. Una piacevole alternanza tra studio e scoperta di una realtà nuova:  tutto veramente perfetto. Durante le vacanze di Natale sono tornato a casa per respirare una boccata d’aria “casellese”, anche se il riposo è durato poco  a causa  di un esame da recuperare al Poli. Tornato definitivamente in Irlanda mi preparavo ad affrontare il secondo semestre, che si prevedeva essere pieno di programmi interessanti , di nuove esperienze formative, di viaggi e progetti. Era previsto un itinerario  nell’ Irlanda del Nord, alcune uscite organizzate dall’università e la settimana dello studente (“Rag week”), dove si stoppa lo studio per una  settimana  e ci si dedica esclusivamente alla vita mondana! Alcuni miei amici torinesi sarebbero persino venuti a trovarmi per il giorno di San Patrizio (festività molto sentito in Irlanda),e invece …Come uno “tsumani” tutto è stato spazzato via, senza preavviso. C’è stato un grande black-out che ci ha costretti a  interrompere i nostri progetti futuri, a fare nuove scelte , a vivere alla giornata, in attesa di tempi migliori. Non ho festeggiato St. Patrick come previsto, infatti avrei dovuto spostarmi per qualche giorno a Dublino per assistere alla celebre parata, a numerosi concerti ed eventi sparsi per la città… Insieme ai miei nuovi amici abbiamo deciso di non abbatterci e  di trovare dentro di noi nuove risorse, così abbiamo condiviso un St. Patrick… casalingo.

Tutti abbigliati di verde e con  vari gadget irlandesi d’ordinanza abbiamo cenato  tra coinquilini gustando uno squisito tacchino donatoci dal parroco della città e abbiamo brindato a san Patrizio con birre “low cost” . Certo nulla a che vedere con la celebre festa che tanto avevamo  aspettato…ma meglio di niente! Intanto, già dalla fine di febbraio arrivavano dall’Italia notizie tutt’altro che buone: quella che in origine sembrava un “semplice” influenza si stava rivelando  essere una piaga che ci avrebbe creato molti problemi. Incertezza e preoccupazioni si alternavano nel corso delle giornate che lentamente si stavano svuotando, ma prevaleva la volontà di resistere e di superare questo brutto momento. Dopo il 9 marzo, data dell’inizio della quarantena in Italia, si è verificata una situazione di panico generale tra gli studenti del mio corso: molti hanno deciso di intraprendere  viaggi della fortuna pur di rincasare, hanno affrontato vere e proprie peripezie con  numerosi scali, nel tentativo di tornare dai propri cari. Come biasimarli. In particolare, ho notato come la paura si sia diffusa  molto più rapidamente del virus: indubbiamente  è difficile controllare le emozioni, ma in alcune situazioni occorre dargli il giusto peso e ragionare consapevolmente. Io e pochi altri miei compagni, abbiamo deciso di rimanere in Irlanda per svariate ragioni. Innanzitutto per evitare di portarci il virus in casa attraversando aeroporti e stazioni, inoltre il consiglio dei miei amici più cari è stato quello di non tornare perché la situazione che stavo vivendo  in terra irlandese era comunque meno a rischio di quella italiana. Mamma e papà mi hanno appoggiato in questa mia decisione; non  è stato facile scegliere  ma ho dovuto convincermi che questa era la soluzione migliore. In Irlanda le misure di sicurezza  – distanza sociale, dispositivi di sanificazione in ogni negozio, forniture di guanti e mascherine -, in proporzione ai contagi, sono state attivate in anticipo, seguendo il modello Italia, dunque si è potuto assistere a una crescita molto lenta dei casi, e questo è uno dei motivi per il quale mi trovo ancora qui. Gli irlandesi, posso tranquillamente affermare, che hanno  reagito rispettando le regole e la vita in città è rallentata  molto  dal momento in cui è stata decretata la chiusura dei pub e delle università . Inoltre, vivendo in una zona leggermente fuori dal centro urbano, di gente per strada se ne vede ben poca, molto spesso siamo noi  studenti rimasti  a popolare il supermercato o il negozietto di alimentari sotto casa. Con la chiusura dell’università , a metà marzo, ho avuto dei sentimenti contrastanti, da una parte il panico dovuto al caos generale che si stava creando nella nostra comunità, dall’altra la voglia di mantenermi razionale ed agire nel modo più responsabile possibile. Non nascondo di avere preparato la valigia anche senza avere voli di ritorno durante una piccola crisi. Ognuno di noi ha avuto qualche momento di cedimento, ma ci siamo fatti forza l’un l’altro. Una volta presa la decisione definitiva di restare, ho iniziato a seguire le regole che venivano imposte in Italia, anche perché, in Irlanda, la quarantena è stata dichiarata solo il 27 marzo. La vitalità di prima si è trasformata in momenti di noia e di  giornate tutte uguali, scandite da studio, letture e qualche esercizio fisico. Quest’ultima attività è il mio elisir contro la noia, scaccia i pensieri e mi rilassa. Certo, questi sono giorni in cui si riflette molto: personalmente  interpreto questa situazione come un momento di pausa dalla quotidianità. Gli anni passati sui campi di calcio mi hanno insegnato che dopo uno stop ci si aspettano risultati migliori, è questo il mio auspicio per il domani. Sono conscio del fatto che ogni istante che vivo non è sprecato: ci sono tante cose da migliorare prima nel mio piccolo e dopo in una visione più globale. Credo che questo momento serva a tutti, per diventare persone migliori. Quando mi affaccio alla mia finestra mi pervade la tranquillità del luogo in cui mi trovo a vivere: soprattutto nelle belle giornate in cui mi siedo sulle scale a prendere un po’ di sole, mi rendo conto di quanto sia bello non sentire i rumori della città e assaporare il silenzio  che mi circonda. Ormai sono otto mesi circa che sono fuori casa, all’inizio non sentivo la mancanza di casa preso nel vortice delle tante attività, ora spesso i pensieri  diventano nostalgia di ciò che ho lasciato ad agosto. Ma rimango comunque fiducioso, sono vicino ai miei cari che stanno vivendo una situazione molto più difficile della mia. Da lontano cerco di strappare un sorriso a chi mi vuole bene, sperando di tornare al più presto alla normalità, di cui tanto mi sono lamentato nel corso della mia vita, ma che ora mi manca. Per quanto riguarda il mio imminente futuro, non nascondo l’amarezza per ciò che doveva essere e non è stato:  il rientro a casa per Pasqua, il mio tirocinio e probabilmente le mie vacanze… Ma credo fermamente che in mezzo a tutte queste difficoltà, di aver preso coscienza delle cose che posso e potrò migliorare. Ho imparato a convivere con persone che provengono da contesti diversi, può sembrare facile ma non lo è affatto, sono cambiato nel modo di gestire il mio tempo. Spero di essere diventato più responsabile e soprattutto…ho imparato a stirare! Ho apprezzato quanto siano fondamentali  la normalità, la salute e la spensieratezza. Come ama dire mia mamma, sono partito giovane e spensierato e tornerò cresciuto e… “pensierato”! Per concludere vorrei condividere un messaggio, che mi ha accompagnato per  i cinque anni del liceo: sulla parete della classe c’era un poster di  Albert Einstein che diceva “Nel mezzo delle difficoltà nascono le opportunità”, mi sembra strepitosamente attuale ed adatto al periodo che stiamo vivendo: è il mio augurio per  me stesso e per  ognuno di voi.  Un saluto caro ai miei concittadini , arrivederci a presto !”

Antonella Ruo Redda

 

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