Sapete, vero, che cos’è “l’effetto madeleine”? Marcel Proust, nella sua“Recherche du temps perdu – Dalla parte di Swann”, lo spiega benissimo.
Leggendo il libro di Diglio mi è successo esattamente questo. Ma cosa? Insomma, dicendolo a modo mio, “l’effetto madeleine” avviene quando un’immagine, un sapore, un profumo riescono a evocare in modo nitido, perfetto qualcosa che ti viene da lontano, attivando – sempre copyright Marcel Proust – una casuale sensazione che attiva involontariamente la memoria e ci rituffa in un momento preciso del nostro passato. Il libro, il bel libro che ha scritto Salvatore Diglio, dal titolo “Caselle…l’altro ieri” ha scatenato in me una tempesta di ricordi fin dalla prima parola. Fin dalla prima “madeleine”.

 


Salvatore Diglio, nato altrove ma rinato a Caselle, ha vissuto qui da noi buona parte della sua prima vita, per poi migrare, conoscendo successi in campo lavorativo e politico, sino a diventare primo cittadino in quel di Corio. Dice lui che è stato l’autunno della vita a suggerirgli di scrivere ciò che il suo cuore celava. Dico io che, pur apprezzandolo, mai avrei potuto immaginare di perdermi, rapito, nelle sue pagine, che svelano, nei passaggi più intimi, un prodotto artigianale finissimo, dove ogni vocabolo è stato scelto con cura ammirevole.

D’accordo, sono sfacciatamente di parte: il libro, in noi casellesi che abbiamo più di sessant’anni, riporta a galla qualcosa che è stato e non è più. E nulla è più dolce della lama sottile della nostalgia. Tuttavia, anche chi non ha vissuto una certa Caselle, ripercorrendo nomi d’antan e strade nostre, avrà modo di apprezzare un filo del racconto mai banale, che ora dice, ora evoca e finisce col far rivivere con contemporaneità il passato.
Già l’inizio dice bene e molto:
“Quando casualmente incontri persone della tua stessa età può succedere che, per dare forza e credibilità a qualche improvvisata conversazione, ti senta domandare “ti ricordi…?“ . Pensieroso, fai appello alle risorse della memoria, poi ti accorgi che prima di rispondere si illuminano gli occhi e un velo di sottile malinconia si impadronisce di te: sì, mi ricordo.
Era il primo poverissimo dopoguerra, quando tutti i miei anni stavano ancora in una sola mano che, al seguito di una zia vedova, sorella di mia madre, arrivai a Caselle.
Facevamo parte, insieme a figli e cugini che ci avevano preceduto, di uno sparuto drappello, poi diventato esercito, di coraggiosi pionieri provenienti dal sud dell’Italia che lentamente, trovato un lavoro stabile e un domicilio dignitoso , appena possibile desiderò riavere con sé i propri cari.
Sì, mi ricordo…
La scuola elementare, preceduta per breve tempo, dall’abbraccio caldo delle suore dell’ asilo infantile di Piazza Boschiassi che mi offrirono per la prima volta l’ opportunità, non comune a quei tempi, di accomodarmi a tavola tutti i giorni alla stessa ora, calato in un approssimativo grembiulino a quadretti bianchi e blu ereditato sicuramente da qualche bambino più grande già alle prese con il fiocco blu sulla nuova divisa nera delle elementari.
La strada, il cortile, il dialetto piemontese come segno di appartenenza ad una realtà nuova che, difficile ed estranea quando all’inizio ero soltanto“ un napuli “, ho successivamente sentito mia nonostante i diversi lineamenti del viso ed un nome che apertamente testimoniava le mie origini.
Sì, mi ricordo: è Caselle.
La Caselle di un tempo che, bambino o poco più, ho vissuto correndo, quasi sempre dietro una ricompensa, al servizio delle persone anziane dell’immenso cortile di Vicolo Balchis per recapitare le prime calze di nylon puntigliosamente “rimagliate” o le cinque sigarette nazionali senza filtro sistemate in una apposita leggerissima bustina di carta che già allora, sulle due facciate, prometteva denti smaglianti e garantiva chiome maschili folte e inattaccabili .
Oggi, a distanza di tanti anni, cessata da tempo la principale occupazione professionale ed esaurito il lungo e faticoso impegno pubblico, avverto distinto e forte il desiderio di tornare con queste poche pagine in mezzo ad alcune di quelle vie di Caselle che costituivano allora gran parte del centro abitato.
Un desiderio che nasce e si fa strada esclusivamente sul filo invisibile di un nostalgico ricordo, con la presunzione di potersi sottrarre bonariamente ad ogni obbligo di obbedienza al rigore della ricerca o alla fedeltà della cronaca.
Mi immaginerò di entrare e uscire ancora, come allora, da negozi, botteghe, trattorie e intrattenermi con loro, le figure, i personaggi dei miei anni giovanili. Li chiamerò per nome, sicuro che mi concederanno la licenza di farlo, e forse, come un tempo, torneranno a intimorirmi oppure cordialmente mi chiederanno, come fosse un obbligatorio esame di ammissione, di recitare senza errori quella indimenticabile frase piemontese dei famosi due peperoni intinti nell’olio.
Sempre camminando, rivivrò con malinconico piacere le interminabili giornate trascorse con quegli amici, con quei compagni, che ancora possono ricordare, le tante occasioni di gioco o il tempo lontano della scuola elementare.
Si uniranno a me, ne sono sicuro, e con la loro nuova luce mi faranno strada in questo meraviglioso incontro con la moviola della vita, tutte le altre persone a cui troppo presto il destino ha voltato le spalle. Chissà.
Lo farò di certo con grande slancio e passione rivisitando, profondamente rispettoso, quel tempo che ha preceduto e inaugurato i miracolosi Anni Sessanta, animato dalla certezza di poter intravvedere il sorriso rassicurante e la pazienza generosa di vecchi amici, compagni o semplici conoscenti, anch’essi innamorati di Caselle.
Mi auguro che leggendo, o vedendo semplicemente volare nell’aria questi pochi pensieri, avranno la bontà di perdonare tutte le inevitabili e spero veniali inesattezze o le incolpevoli dimenticanze.
Conforteranno così la mia riconoscente dichiarazione di filiale affetto, che desidero pensare non tardiva, per un paese nel frattempo diventato città che, pur facendomi qualche volta soffrire, mi ha consentito di crescere, di diventare grande lontano da casa, in una terra non mia alla quale sarò per sempre grato.”
Parte, si srotola da qui il racconto di Salvatore e non è mai una ridda di ricordi convulsi, ma è memoria precisa, un periodare leggero e profondo al tempo stesso ciò che ci guida nelle vie del centro storico della Caselle che fu, con un trasporto che per spiegarlo bene ci vorrebbe d’incanto uno schermo, come in un nostro “Nuovo Cinema Paradiso”, dove a rincorrersi ci fossero tutte le immagini più dense in sequenza, proprio come nel finale del film, quando Totò ormai adulto visiona la bobina che gli ha lasciato Alfredo come dono: anch’io, leggendo, mi sono ritrovato con gli occhi lucidi, le mani intrecciate dietro alla nuca rivivendo quell’altro ieri.
“Le mamme delle Case Fanfani del Prato della Fiera non dimenticavano di portare la borsa a rete di scarso ingombro, che tenevano poi al riparo dal sole, contenente la bottiglia da un litro con macchinetta a garanzia della qualità dell’acqua frizzante preparata con l’Idrolitina e un pacchetto che si apriva soltanto dopo le quattro.
Conteneva la merenda dei ragazzi che di corsa saltavano quel fosso, conquistavano il prato e, sistemato uno di loro tra i pali ancora quadrati delle porte, gli indirizzavano le prime pallonate che generalmente mettevano in serio pericolo i laterizi esposti nel cortile del dirimpettaio Luigi Rubat.
Nel frattempo aspettavano l’arrivo degli altri compagni di gioco per “tirare le squadre”.
Una formalità primitiva ma indubbiamente efficace attraverso cui venivano distribuire democraticamente le forze che si sarebbero affrontate negli incontri interminabili del pomeriggio.
I due capitani, di solito i più bravi o i più prepotenti, sceglievano alternativamente dal gruppo secondo la presunta decrescente capacità calcistica di ognuno. Io difficilmente ero preposto a scegliere, ero però quasi sempre scelto con buona considerazione.
A me, al Prato della Fiera, bastava già esserci.
Era un enorme spazio verde sul quale l’erba si affacciava in modo discontinuo e capriccioso facendosi a volte sconfiggere da arbusti e sterpaglie che difficilmente assecondavano i coraggiosi tentativi di giocare scalzi. Tra una porta e l’altra facevamo correre il filo sottile di amicizie che nascevano da una sfera di cuoio alla quale molte volte, mentre la prendevamo a calci, chiedevamo lumi sul nostro futuro.
E in attesa di risposte che non arrivavano mai continuavamo a correrle dietro immolando su quel terreno, già percorso da una lunga storia di gloria calcistica, le suole delle nostre povere scarpe e qualche giovanile lembo di pelle.”
In genere, le opere prime, i racconti proposti da neofiti, prima o poi, manifestano qualche cedimento. Ciò che è sorprendente nelle pagine di Diglio è che quel cedimento non solo non arriva mai, ma il libro si fa leggere d’un fiato, riuscendo pure in più occasioni a togliertelo. Sino alla fine.
“Il lavoro è finito. La bicicletta è pronta per ripercorrere il Viale Bona o le altre vie del paese.(…) L’ho ritrovata, e sono risalito in sella guidato dalla voce e dall’affetto di quel ragazzino.
Sono avviato ormai verso lo striscione del traguardo.
Mi accosto alla finestra.
Fuori sembra inverno.
Piove senza sosta e senza fretta. Sono le lacrime amare di occhi gonfi e dolorosamente impegnati a fissare i resti di una primavera terribile che ha preteso di portare lontano, semplicemente e tragicamente a morire altrove, gli affetti, le esperienze, la vita di molte persone anziane colpevoli soltanto di essere più deboli e di confidare in un diverso e meno umiliante congedo terreno.
Tuttavia, insieme dobbiamo credere che smetterà di piovere, e presto un sole nuovo, più caldo e più splendente ci regalerà il miglior arcobaleno che fiducia e speranza, potranno per sempre ricordare. Lo attraverseremo con un sottile filo di seta e sarà la nuova maschera che indosseremo gridando, nuovamente abbracciati ai nostri nipoti, che il drammatico, e fino a ieri sconosciuto carnevale, è finalmente finito.
Rimango alla finestra e penso, con lo sguardo fisso.
Questa volta nessuno mi scruta o, perplesso, mi interroga.
A quella emozione, da cui per tutto il viaggio ho cercato di stare lontano, consento ora con ritrovata gioia, di rigarmi il volto e di sciogliersi nel mai sopito e soccorrevole bisogno di un arrivederci che mi riporti a Caselle, dove resterò per sempre bambino.”
Non trovo altre parole per chiudere, ovviamente dopo avervi calorosamente invitato a leggere questo libro che sicuramente vi divertirà, se non affidandomi a quelle di Francesco Guccini: “Il bimbo ristette, lo sguardo era triste. E gli occhi guardavano cose mai viste. E poi disse al vecchio con voce sognante: “Mi piaccion le fiabe, raccontane altre!”

Ti aspetto, Salvatore.

Elis Calegari è nato a Caselle Torinese il 24 dicembre ( quando si dice il caso…) del 1952. Ha contribuito a fondare Cose Nostre, firmandolo sin dal suo primo numero, nel marzo del '72, e, coronando un sogno, diventandone direttore responsabile nel novembre del 2004. Iscritto all' Ordine dei Giornalisti dal 1989, scrive di tennis da sempre. Nel corso della sua carriera giornalistica, dopo essere stato anche collaboratore di presdtigiose testate quali “Match Ball” e “Il Tennis Italiano”, ha creato e diretto “Nuovo Tennis”, seguendo per più di un decennio i più importanti appuntamenti del massimo circuito tennistico mondiale: Wimbledon, Roland Garros, il torneo di Montecarlo, le ATP Finals a Francoforte, svariati match di Coppa Davis, e gli Internazionali d'Italia per molte edizioni. È tra gli autori di due fortunati libri: “ Un marciapiede per Torino” e “Il Tennis”. Attualmente è anche direttore responsabile di “0/15 Tennis Magazine”.

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