Un morbo letale colpì l’umanità nella sua interezza tra il 1918 e il 1919. Fu impropriamente definita “spagnola” perché i primi a darne l’annuncio furono i giornali spagnoli. La Spagna non era impegnata nel primo conflitto mondiale che nel 1918 stava volgendo al termine e per questo motivo la stampa non era sottoposta ad una rigida censura di guerra da parte dei governi. Per contro la totalità dei paesi belligeranti mantennero, almeno durante i primi mesi, un atteggiamento teso a minimizzare l’entità del contagio temendo che una dichiarazione esplicita di un’emergenza sanitaria potesse demoralizzare le truppe impegnate nello sforzo bellico. Vi è altresì da sottolineare che all’inizio le autorità sanitarie non imponevano la denuncia di casi di influenza e ciò portò anche ad avere informazioni scarse e frammentarie.
Il termine influenza si riferisce alla puntualità con la quale questo fenomeno accade in concomitanza al periodo invernale. La locuzione “ad occulta coeli influentia”, dalla quale deriva il termine medico, fu usata in Italia a partire dal XVII secolo, quando si associò la rigidità dell’inverno alla manifestazione della malattia. L’influenza spagnola è ritenuta una delle più grandi tragedie sanitarie che flagellò l’uomo, sia in termini di morbilità sia in termini di mortalità. Sui dati c’è molta variabilità dovuta a diversi fattori tra cui influirono azioni di insabbiamento, sottovalutazione e tentativi di sdrammatizzazione ma si stima che sia stato contagiato circa un miliardo di persone e i decessi furono tra i 21 e i 25 milioni. Alcuni studiosi si spingono ad numero decisamente più elevato di morti, ovvero tra i 50 e i 100 milioni di vittime. Per ciò che riguarda l’Italia, che si distinse per essere tra i paesi con la maggiore mortalità in Europa insieme al Portogallo, si stima che le vittime siano state tra le 350.000 e le 600.000 su una popolazione complessiva di 36 milioni. Secondo l’Istituto Centrale di Statistica la regione più colpita in assoluto dalla letalità fu la Lombardia (36.653) seguita dalla Sicilia (29.966). Colpì soprattutto coloro che per ragioni di servizio erano a contatto con i contagiati: infermieri, negozianti, autisti e telefonisti. Più il Sud rispetto al Nord, più le città rispetto alle campagne.
La Spagnola si sviluppò in tre ondate epidemiche. La prima nella primavera-estate del 1918 (da marzo a giugno), la seconda nell’autunno del 1918 (da settembre a novembre) e l’ultima nella prima metà del 1919 (da gennaio a giugno). La prima ondata, benigna, fu caratterizzata da un’alta morbilità ma da una bassa letalità, mentre la seconda, maligna, fu contraddistinta da una preoccupante recrudescenza del morbo che aumentò sia contagiosità sia letalità. Quello che oggi noi definiremmo il “paziente zero” fu individuato in un cuoco militare, Albert Gitchell, di stanza alla base di addestramento di Camp Fuston in Kansas, negli Stati Uniti, il quale la mattina del 4 marzo 1918 si presentò in infermeria lamentando tosse, mal di testa e febbre. Nel giro di poche ore numerosi dei suoi commilitoni manifestarono i medesimi sintomi. Il virus si diffuse rapidamente grazie alla mobilitazione militare e agli spostamenti degli eserciti. Nel mese di aprile un contingente statunitense arrivò in Europa portandolo con sé. Le trincee che costringevano i soldati ad uno stretto contatto e gli accampamenti sovraffollati della prima guerra mondiale divennero il terreno fertile per la diffusione del morbo. Lo stretto rapporto tra guerra e diffusione del virus lo si nota anche dall’incidenza che la mortalità, quasi tre volte maggiore, ebbe sui soldati austriaci rispetto a quelli italiani, in quanto l’esercito asburgico era impegnato su più fronti.
La dimensione globale della sindrome, che dilagò indistintamente negli Stati Uniti, in Europa, in America Latina, in Giappone, in India, in Australia e nelle più remote isole, presenta un suo chiaro esempio nelle Samoa Occidentali dell’Oceano Pacifico, dove quasi il 24% della sua popolazione perse la vita. L’Australia, dal canto suo, aveva introdotto fin dal principio l’obbligo della quarantena e riuscì a sfuggire dagli effetti più virulenti dell’influenza fino al 1919.
Il quadro clinico, che poteva condurre ad una rapida morte, si presentava in crisi dell’apparato respiratorio (broncopolmoniti o pleuropolmoniti), in complicazioni cerebrali o in gastroenteriti. Si osservava una spiccata tendenza ad emorragie (sputo ematico e epistassi) e spesso i malati prima del decesso assumevano una colorazione bluastra classica di chi si ritrova nella situazione di soffocamento. I più colpiti furono in misura maggiore i giovani (tra i 15 e i 40 anni), e alcuni storici ipotizzano che ciò potrebbe essere spiegato dall’influenza russa del 1889-1890 (simile per gravità) che avrebbe immunizzato le generazioni più anziane. Molte furono anche le personalità di spicco che vennero contagiate, come il presidente americano Woodrow Wilson, il re di Spagna Alfono XIII di Borbone, il poeta e scrittore Guillaume Apollinaire, il pittore Egon Schiele, il sociologo Max Weber e il nonno di Donald Trump, Frederick Trump.
Sulle origine del virus si è discusso molto e non si è ancora oggi giunti a una risposta univoca ed esauriente. Diversi epidemiologi ipotizzano la sua nascita della provincia del Kwangtung, nella Cina meridionale, dove la presenza massiccia di volatili (anatre) avrebbe in un primo momento trasmesso il morbo ai maiali e successivamente, attraverso il salto di specie, all’uomo. Altri, invece, pensano che l’origine sia imputabile agli allevamenti di suini infetti delle fattorie del Kansas vicino a Camp Funston. Altri ancora immaginano una sua genesi francese. Quanto mai stravagante fu la teoria del vescovo di Zamora, città a Nord- est della penisola iberica, Alvaro y Ballano che considerava l’epidemia come una punizione divina per i peccati e l’ingratitudine dell’umanità e che considerava come unico modo corretto di reagire alla situazione quello di organizzare una grande messa. In seguito a quella messa il tasso di contagio in città crebbe a dismisura.
Nel mondo scientifico vi erano due diversi metodi nel classificare le prime due ondate. Una prima visione le considerava come due epidemie distinte, definendo quella primaverile “febbre dei tre giorni” diversa da quella di fine estate. La seconda visione sosteneva che l’epidemia era la medesima. La Direzione Generale di Sanità attribuiva un’etiologia batterica alla malattia e asseriva che i decessi avvenivano più per diatesi individuale (principalmente per trascuratezza dell’igiene personale) che per altre ragione. Un gruppo di ricercatori iniziò, invece, a comprendere la natura virale del fenomeno, assegnando al massimo al batterio una responsabilità nello sviluppo di patologie secondarie. Questa spaccatura all’interno del mondo scientifico è comprensibile anche dal fatto che solo nel 1934 fu isolato per la prima volta un virus influenzale e che la tecnologia (per esempio, il microscopio elettronico) adatta per questo tipo di analisi doveva ancora vedere la luce. Addirittura solo nell’estate del 1997 ad opera del patologo Jeffrey Tautemberger si riuscì ad isolare il virus dell’influenza spagnola da un campione polmonare ricavato da una donna inuit congelata in eccellente stato di conservazione nel permafrost recuperata durante una spedizione del microbiologo svedese Johan Hultin nei pressi del villaggio di Brevig Mission in Alaska. Oggi sappiamo che il virus influenzale della Spagnola appartiene al tipo A e viene chiamato H1N1.
Vi è da sottolineare che le terapie a disposizione degli operatori sanitari erano scarsamente efficaci. Si tentarono preparati a base di aglio, di acido fenico o di cinnamomo, di tinture di iodio, il chinino, l’aspirina, la canfora, il bicarbonato di sodio e il citrato di sodio. Ricomparve pure l’uso del salasso, pratica che era stata ripudiata dai medici a fine Ottocento. Inoltre in ospedale non vi era nessun strumento di assistenza alla respirazione. Le misure più efficaci nel ridurre quantomeno la diffusione del contagio rimanevano la quarantena e l’istituzione di cordoni sanitari.
Le autorità politiche tendevano a minimizzare la situazione, adottando norme di prevenzione generiche che andavano dalla disinfestazione dei locali aperti al pubblico alla pulizia delle strade e allo smaltimento rapido dei rifiuti. Vennero prese anche misure precauzionali quali la chiusura di teatri, scuole, cimiteri e il divieto di organizzare fiere e cortei funebri. Negli Stati Uniti fu applicata una sanzione di 100 dollari a chi non indossava la mascherina.
Le espressioni più comune usate per definire la malattia erano “improvviso crudele morbo”, “breve e violenta malattia”, “maledetta influenza”, “inesorabile morbo”, “grippe spagnuola” o “influenza verdigera”. L’uso prevalente nelle lapide era morbo crudele. Alcune testimonianze definiscono la Spagnola come una cosa segreta, vergognosa da tentare di risolvere all’interno delle mura domestiche. Si cercava di combattere il morbo bevendo varichina o alcool denaturato.
Concludendo, l’influenza Spagnola fu ricordata più come esperienza privata nelle singole storie familiari che come una memoria storica collettiva in quanto fu messa in ombra dagli eventi accaduti dopo il Trattato di pace di Versailles e la Grande Depressione economica del 1929.

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