…Una parte di me ascoltava il rumore di quel bosco e diceva: esiste anche questo, ciò che non verrà mai toccato né visto da tutti gli uomini. Solo da quelli che vivono davvero.

Stefano Benni

“Allora scivolò dentro e chiuse la porta dietro di sé e vi si appoggiò con il dorso, guardandosi intorno, respirando ancora un po’ affannosamente per l’eccitazione, la meraviglia e la gioia. Era “dentro” il giardino segreto.”

Frances H. Burnett

 

Non capita a tutti i pedalatori, ma capita a molti che prima o poi l’asfalto venga a noia e nasca il desiderio di imboccare qualche sentiero che si defila dal traffico motorizzato, diventando un pedalatore dei boschi. L’esperienza è intensa e può cambiare radicalmente i propri gusti ciclistici e il rapporto con il territorio. Sono due gli elementi che non mancano di sbalordire: prima di tutto, le straordinarie possibilità offerte dalla bicicletta da fuoristrada, la mountain bike, che è in grado di destreggiarsi su sentieri in apparenza impraticabili. Il secondo elemento è la bellezza dei luoghi naturali che si possono percorrere in bici, spesso a breve distanza dalla propria abitazione.
Nell’autunno di alcuni anni fa mi capitò di scrivere, per un giornale locale, un articolo dedicato a un processo per stregoneria che si era svolto in Piemonte nella seconda metà del Cinquecento e che aveva portato due giovani donne a morire sul rogo. La vicenda aveva come sfondo il Canavese, una regione boscosa ai confini tra Piemonte e Valle d’Aosta. Ero già stato alcune volte in quella zona e ricordavo paesini arroccati sulla cima delle colline, cresciuti attorno a castelli kafkiani, immersi in una vegetazione relativamente intatta, nonostante la calata della civiltà. Quell’antico processo mi aveva appassionato e mi ero ripromesso di tornare da quelle parti in bicicletta per entrare in contatto ravvicinato con i luoghi in cui si era svolta la vicenda.
L’inverno passò senza che realizzassi il mio proposito, ma poi arrivò la bella stagione e in una calda mattina di giugno mi decisi. Avevo da poco ridato vita alla vecchia specialissima, la bici da corsa modificata per il cicloturismo che durante gli anni Novanta mi aveva accompagnato in giro per l’Europa. Quando me l’ero fatta assemblare da un artigiano locale (il leggendario Martinetto di Ciriè, che non esiste più da 25 anni) avevo voluto un look retrò, ma ora, con il telaio nero scrostato, la sella di cuoio e la componentistica obsoleta, sembrava un relitto. I ciclisti che filavano incurvati e depilati sulla provinciale, a cavallo delle loro dueruote in carbonio o titanio, leggerissime oltre che costosissime, lanciavano occhiate perplesse, e pochi di loro mi degnarono di un saluto.
Arrivai a destinazione in poco più di un’ora. Visitai il castello che aveva ospitato il “reverendissimo inquisitore” venuto da Torino e all’interno del quale Antonia e Francesca, le due presunte streghe, erano state incarcerate e torturate. E dalla strada osservai i boschi canavesani, così verdi e profondi, dove la credenza nelle “masche” era radicata fino al secolo scorso.
Verso l’una, terminata la mia escursione, mi ritenni soddisfatto. Nel primo pomeriggio, sotto un implacabile sole africano, presi la strada del ritorno. Percorsi con fatica i primi chilometri, in leggero, fastidioso falsopiano, fino a raggiungere un ponte sotto cui scorreva un torrente. Durante l’estate, quando si pedala, l’acqua esercita un’attrazione irresistibile. Mi ricordai che durante i viaggi in bicicletta ci fermavamo spesso per un tuffo e una nuotata, quando ci imbattevamo in un torrente o in una caletta sul mare. Oppure, attraversando la Padania infuocata dall’estate, scendevamo dalla bici e correvamo in mezzo ai campi, sotto il getto potente degli irrigatori.
Infilai il sentiero e mi trovai immerso in uno scenario magico. Tra alberi che svettavano in cerca di luce, cresceva un sottobosco fitto e misterioso; un antro umido e fresco, all’interno del quale non solo non penetrava il calore, ma neppure il rumore dei motori della provinciale. Pedalando a passo d’uomo, per non spaccare le sottili ruotine da corsa, scesi tra felci giurassiche e morbidi cuscini di muschio, tra lepri e salamandre, fino al letto del torrente. Aveva visto bene il vecchio Salgari, quando si ispirava ai boschi del Canavese, dove si recava in villeggiatura durante l’estate, per immaginare le giungle di Sandokan.
Quel bosco sembrava sopravvissuto a duemila anni di progresso e di sfruttamento indiscriminato. Non doveva essere molto diverso ai tempi in cui Antonia e Francesca, ultime custodi di un’antica sapienza montanara di origine celtica, venivano in boschi come questi alla ricerca di piante per curare uomini e animali. Prima che l’imperialismo religioso dell’Inquisizione distruggesse con il fuoco e con il terrore ogni tentativo di mantenere vive tradizioni antichissime, ma non conformi ai diktat della Chiesa. Lì sotto, a pochi passi dalla provinciale, ancora palpitava il mistero potente della natura.
Dal torrente vidi che il sentiero proseguiva; costeggiava per un tratto il corso d’acqua, poi si perdeva nel bosco. Sarebbe stato bello seguirlo, con una bici adatta. Mi domandai: che cosa avrei ricavato da quella mia escursione nel Canavese, se non fossi sceso giù dal sentiero? Quasi nulla. La vera essenza di quei luoghi mi sarebbe rimasta sconosciuta. Mi sarei accontentato di quella scenografia polverosa e sbiadita che si vede dalla strada, che pare esistere soltanto per accontentare lo sguardo assente e superficiale degli automobilisti.
E quanti luoghi come quello dovevano esserci nella mia zona! E quanti ne avrei potuti percorrere, con una bici in grado di viaggiare sui sentieri!
Tornando a casa, sapevo che sarei diventato un pedalatore dei boschi.
Nel gennaio successivo, approfittando dei saldi invernali, comprai una mountain bike.

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