Ascoltando le memorie delle persone che hanno ancora qualcosa da raccontarci sulle masche, scopriamo un mondo contrassegnato da motivi ricorrenti ed elementi extralinguistici che rinveniamo nel patrimonio dell’oralità in tempi e luoghi lontani; malgrado ciò, ogni storia rivela comunque sempre qualcosa di inatteso, di non prevedibile, non direttamente correlabile alla realtà locale. Queste “storie” hanno una sorta di appendice invisibile, ma condizionante, con l’universo globale del mito, quello che crea connessioni tra l’immaginario e la storia e poi, con l’ausilio degli archetipi, sorregge le fantasie degli uomini, spesso così simili e alimentate da identiche istanze.
Credenze e leggende si amalgamano indissolubilmente, creando racconti colmi di aspetti simbolici che si intersecano e quasi sempre sono una “risposta” a bisogni antropologici insiti nella cultura in cui quelle narrazioni hanno preso forma.
Procedendo nell’analisi del materiale sulle masche, così come proviene dalla tradizione orale, constatiamo che credenze e leggende hanno subito una significativa modificazione in relazione alla scolarizzazione obbligatoria; inoltre, l’innegabile l’adozione delle lingua italiana, lo smantellamento del sistema dialettale e la visione globale della storia, hanno determinato tutta una serie di vantaggi sui quali non è qui il caso di soffermarsi. Di contro, però hanno anche prodotto un allontanamento dalla cultura tradizionale, con conseguente ricaduta sul piano dell’identità.
Il fenomeno della comunicazione di massa, capillarmente radicatosi nella nostra quotidianità, ha sconvolto le tradizioni locali, snaturandone l’essenza più autentica su due piani. Il primo è costituito dalla mole di informazioni provenienti da ambiti “colti”, che hanno fatto sentire “inferiore” il sapere locale; il secondo è invece rappresentato dal caotico e superficiale inserimento della cultura popolare all’interno dei mass-media, che ne ha spesso travolto la fisionomia del patrimonio folklorico, privilegiando gli aspetti spettacolarizzabili.
Guardando con interesse scientifico certamente, ma anche con la passione di chi sa che nelle storie delle masche è adagiata una porzione importante della nostra tradizione, abbiamo modo di evidenziare alcune peculiarità culturali caratterizzanti queste figure, che possono essere così sintetizzate: le masche non sono le streghe – o ritenute tali – perseguitate durante la caccia alle donne di Satana; malgrado ciò traggono però alcune caratteristiche essenziali dalla strega storica; poi, per una sorta di legge del contrappasso, a sua volta questa è stata oggetto di interpretazioni falsate dalle credenze e dalle superstizioni che l’hanno connotata con toni metareali; le azioni e i poteri attribuiti alle masche risultano espressioni di attività finalizzate a portare disordine e disgrazia nella società; nelle “storie” che le vedono protagoniste non sempre il diavolo è chiamato in causa e la vicenda risulta soprattutto una “storia di magia”, più che una storia di stregoneria secondo i canoni caratteristici della strega storica. Si aggiunga che tra le streghe della leggenda con una certa frequenza erano identificate delle persone reali, conosciute in qualche caso anche dal narratore (oggi non più); in genere però nelle “storie” si fa riferimento a “tempi lontani” e non definiti, nella maggioranza dei casi manca il collegamento necessario all’identificazione delle persone indicate dal narratore.
Anche se può essere un rischio sul piano dell’interpretazione, di tanto in tanto ci scappa di suggerire la possibilità che le masche possano essere la trasformazione in chiave mitica di figure provenienti dal sottofondo precristiano che, attraverso percorsi diversi, sono divenute parte della tradizione culturale della società. E ancora: queste creature, sul piano psicologico, danno un senso al disagio, risultando l’origine di patologie, fisiche e/o culturali, che colpiscono il singolo o la società; rivelano poi uno stretto rapporto con l’ambiente naturale, spesso più profondo di quello caratterizzante la comunità. I loro poteri si basano sulla condivisione, all’interno della società, dei principi che governano il pensiero magico: ciò vale sia sul piano delle azioni intraprese dalle masche contro la comunità, che su quello caratterizzante gli espedienti effettuati dalle vittime per avere conferma di essere state oggetto dell’azione malvagia da parte di queste figure. Sono inoltre importanti i loro rapporti con gli animali: vittime delle loro magie, ma anche collaboratori; a loro volta queste donne avrebbero hanno la capacità di mutarsi in animale: in genere nel gatto, o animali selvatici che sono comunque contrassegnati da un sostrato simbolico orientato in direzione negativa (rapaci notturni, volpe, lupo, faina, cinghiale).
Nella globalità l’aspetto delle masche è enfatizzato in negativo, anche se questo non è uno status invariabile; si consideri che sono spesso considerate conoscitrici dei poteri delle erbe e della medicina arcaica, in cui la pratica eminentemente terapeutica si amalgama a quella magica.
In definitiva, come tutte le creature fantastiche, trovano nella società in cui sono entrate a far parte il propellente per modificarsi, mutarsi, mascherarsi seguendo quel processo di inarrestabile metamorfosi che le accomuna a molti altri personaggi dell’immaginario. La tradizione popolare da sempre offre loro l’humus in cui trovano la linfa per continuare a vivere nei riverberi del mito e negli spiragli attraverso i quali l’impossibile attenta alla ragione.

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