Nei pressi di Pocapaglia troviamo il Bric d’la masca Micilina (Brich significa luogo elevato): si tratta di un poggio contrassegnato da una conformazione della pietra anomala, infatti la sua colorazione è molto differente dalle altre presenti in zona. Secondo la tradizione, quei colori furono prodotti dal fuoco che arse la strega, lì bruciata alcuni secoli fa dai valligiani stanchi delle sue malvagità. Siamo al cospetto di un figura che sfuma nelle leggenda, anche per l’assenza di documenti in grado di attestarne oggettivamente il legame con la storia. In pratica è un esempio indicativo della forza esercitata dalla penetrazione del mito all’interno del tessuto storico: una “storia” che ha ampiamente sorretto la tradizione locale, dando spazio a tutta una serie di esperienze culturali che vanno dalla messa in scena della rievocazione del “processo” a Micilina alla formazione di un’associazione impegnata a mantenerne viva la memoria. Il suo microcosmo è costituito dal singolare ambiente delle “rocche” di Pocapaglia, dove, secondo la tradizione orale, questa masca visse, praticò le sue arti e morì.
Originaria di Barolo, era piuttosto nota perché capace di produrre molti effetti negativi che si abbattevano sulla popolazione del luogo: sembra fosse particolarmente versata nel causare malattie e vari danni fisici. Molti abitanti del Roero, che evidentemente non godevano della sua stima, si videro spuntare la gobba sulla schiena, mentre altri finirono azzoppati, apparentemente a causa di vari incidenti, anche se in realtà – secondo il loro parere – avrebbero avuto origine dai malefici della Micilina.
In molti si sono chiesti se le numerose vicende che ebbero come soggetto la temuta masca, siamo solo frutto della fantasia popolare o se, effettivamente, abbiano una loro origine nella realtà.
I fatti risalirebbero alla metà del XV secolo, periodo in cui, come è noto, le credenze sui poteri delle streghe erano particolarmente diffusi e coinvolgevano vasti settori della società, sia tra il popolo che tra il clero e i giudici laici.
Abbiamo visto che Micillina nacque a Barolo, ma sappiamo anche che si trasferì a Pocapaglia quando si sposò con un uomo di quel paese, allora chiamato Paucapalea. Ben presto la donna divenne nota per la sua capacità di procurare danni alla gente attraverso lo sguardo e le pratiche magiche che si esprimevano soprattutto attraverso il processo della fisica.
Il marito, quando venne a conoscenza della non bella reputazione che la moglie andava via via acquisendo, cercò con ogni mezzo di distoglierla dai suoi insani interessi. Non riuscendo nel suo intento con le buone, passò alle vie di fatto e per un certo periodo la bastonò tutti i giorni, senza peraltro ottenere alcun risultato. A quel punto, stanco della cocciutaggine della moglie, la cacciò di casa.
L’incauto marito non aveva però fatto i conti con i poteri di Micilina, la quale, forse con il non disinteressato aiuto di Belzebù, in breve si trovò vedova. Infatti l’uomo, pochi giorni dopo aver cacciato la moglie, cadde da un albero sul quale era intento a raccogliere della frutta. Si ruppe l’osso del collo. Fatalità?
La strega Micilina ritornò nella casa coniugale, mentre tra la gente del posto saliva l’apprensione e la certezza della pericolosità di quella donna. Lei però non si curava minimamente del parere dei compaesani e continuò indisturbata la sua attività. Un’altra presunta vittima fu il fornaio del paese che, dopo un battibecco con Micilina, venne trovato morto stecchito nella sua bottega.
Intanto anche altre persone dissero di essere state colpite, se pur in modo diverso, dalla temuta masca: facile immaginare come alla donna sia stato attribuito, suo malgrado, il ruolo di capro espiatorio, secondo una modello abbastanza frequente e che, per quanto riguarda la stregoneria, risulta piuttosto diffuso in ogni tempo e luogo.
In breve, il Tribunale dell’Inquisizione si interessò al suo caso, provvedendo ad arrestarla e processarla. Non è stato possibile reperire i documenti del dibattimento, ammesso che il processo sia stato effettivamente celebrato e tutta la vicenda non sia frutto della fantasia; di certo qualcosa accadde, perché in più fonti è indicato che la strega Micilina, il 29 luglio 1544, fu portata, su un carro trainato da due buoi, sulle rocche del Roero dove era stato allestito il rogo le cui fiamme purificatrici avrebbero avvolto quella temuta e potente schiava del demonio. Il posto in cui fu bruciata è chiamato Bric d’la masca Micilina: qui, ancora oggi, un masso presente sul luogo è segnato da alcune macchie rosse che la tradizione popolare considera il sangue della masca. Più o meno quanto accade nelle aree in cui furono uccisi alcuni dei numerosi martiri cristiani
Continuando ad affidarci a una cronaca in sospensione tra storia e leggenda, apprendiamo che mentre la donna ardeva sul rogo, lanciò una delle sue terribili maledizioni: i buoi del carro, come impazziti, si gettarono sulla folla calpestando e uccidendo molte delle persone che assistevano all’esecuzione della condanna. Inoltre, alcuni tizzoni del rogo caddero sulla gente procurando ustioni gravissime e che per molti furono letali.
Quasi certamente, intorno alla masca di Pocapaglia la realtà e la leggenda a tratti si confondono: il mistero sull’identità e sugli effettivi poteri della Micilina continua a essere tale. Di certo, nel Roero, questa donna ha lasciato una traccia consistente e profonda, che spesso risulta piuttosto difficile considerare solo il frutto della fantasia e della superstizione.

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