La storia della Clerionessa, strega in sospensione tra storia e leggenda, ha un suo luogo di riferimento molto preciso: si tratta della cosiddetta “Torre delle streghe” o “Arco delle streghe” di Giaveno. A osservarla nelle sue linee essenziali, questa vicenda ricalca la struttura tipica delle leggende delle masche, pur possedendo alcune peculiarità che le donano alcune originali sfumature.

Oltre alla tradizione orale locale, alcune notizie su questa masca ci giungono da Gaudenzio Claretta che sull’episodio relativo alla Clerionessa si sofferma nella sua Storia diplomatica dell’antica Abbazia di S. Michele della Chiusa (1870): “Aveva in carcere una tal Giovanna detta Clerionessa, donna che veniva accusata di aver preparato veleno somministratosi ad un individuo per mezzo di altra femmina”.

Nell’anno 1290 in frazione Villa di Giaveno, Martino Borello diede inizio alla costruzione di una casa-forte: era un ricco possidente che aveva alle proprie dipendenza una donna di nome Giovanna. Era una persona che oggi diremmo “chiacchierata”, soprattutto perché la vox populi la indicava come donna avvezza alle antiche arti della magia, che pare usasse con maestria e con buoni risultati. La gente la chiamava “Clerionessa” ed era guardata con un certo sospetto: va osservato che nelle vicende di stregoneria, soprattutto quelle storiche, tra le donne accusate di svolgere attività magica o satanica, può succedere di incontrarne alcune che erano impegnate come domestiche presso benestanti e ricchi feudatari, ai quali pare cercassero, con mezzi soprannaturali, di carpirne i beni, di causarne la malattia o di adularli con il fine di farsi mantenere.

Nel caso specifico della Clerionessa, la tradizione narra che fosse particolarmente abile nella preparazione di quelli che allora erano detti “filtri d’amore”, inoltre, in ragione delle sue conoscenze arcane, poteva anche garantire ai più anziani e macilenti di ritrovare un po’ delle passate esuberanze giovanile.

Probabilmente la Clerionessa era una di quelle donne che, nel mondo contadino, svolgevano attività comprese tra la magia e la terapia: donne capaci di effettuare una grande quantità di esperienze che le consentivano di operare come levatrici, di effettuare pratiche di “segnatura” (per esempio “segnare i vermi”) o di “aggiustaossa”, fino alla magia vera e propria.

Ma continuando a convivere con il sospetto che la circondava, ben sapendo di essere temuta ma anche evocata quando qualcuno necessitava di un intervento magico-terapeutico, la Clerionessa avrebbe continuato la sua esistenza senza troppo ostacoli, forse per vita natural durante, se non fosse accaduto che, nel 1298, la popolazione le si scagliò addosso, indicandola come l’artefice della morte di un anziano giavenese. L’uomo avrebbe finito la propria esistenza terrena dopo aver assunto uno dei misteriosi preparati che la Clerionessa aveva realizzato e che avrebbe dovuto garantirgli di riacquistare la giovinezza perduta. Il risultato fu che passò a miglior vita travolto da un’innaturale sofferenza, tanto che fu immediato correlare quella tragica morte agli effetti del veleno.

Il fatto risultava di competenza della giustizia penale, con o senza il contributo del diavolo. E così la Clerionessa venne arrestata e rinchiusa nelle prigioni del castello abbaziale, in attesa di giudizio da parte del castellano di Giaveno, Poleto e del gastaldo Melchioto degli Albezi, ai quali era di competenza il diritto giurisdizionale.

In prigione la donna rifiutava il cibo e si nutriva esclusivamente di alcune erbe che si era portata da casa. Dopo quindici giorni di prigione, la cella venne ritrovata inaspettatamente vuota. Non vi erano tracce di effrazione, ma solo le ceneri di alcune erbe secche bruciate.

Sulla vicenda la tradizione popolare ha ampiamente ricamato: si disse infatti che la notte seguente la scomparsa della Clerionessa, dal porticato della torre di Villa si sprigionò una luce fortissima, accompagnata da un serie di lamenti. Il fatto continuò per un po’ di tempo, poi si limitò a rimanere impigliato nella tradizione popolare.

Ancora oggi, il monumento più importante della borgata Villa è la cosiddetta Torre od Arco delle Streghe. Anche questo è un segno tangibile del successo che l’immagine della strega riesce ad ottenere nella nostra fantasia.

E così, la “strega” scomparsa dal castello di Giaveno fu una delle tante vittime del meccanismo persecutorio messo in atto da una società che cercava capri espiatori a cui attribuire le proprie incertezze. Ma questo atteggiamento non era indenne da effetti collaterali, quantomeno inconsci, destinati a concretizzarsi nella costruzione mitica delle luci e delle urla attribuite alla strega e che avrebbero tormentato per molto tempo le notti dei giavenesi. In fondo, la Clerionessa è l’unica masca che, in quest’area della Val Sangone, è riuscita a restarsene in equilibrio tra storia e leggenda, proprio come le masche “quelle vere” sanno fare, abbattendo i limiti del tempo. Infatti, in borgata Villa, ancora oggi, si racconta che nella casaforte, localmente chiamata Arco della streghe, si aggiri lo spettro della Clerionessa: un estremo tentativo per non perdere la memoria di un personaggio che da queste parti è un protagonista della microstoria locale.

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