A questo punto è necessaria una breve riflessione di carattere etimologico.
Iniziamo rivolgendoci a un punto di riferimento per la lingua piemontese: il Gran dizionario piemontese-italiano, compilato da Vittorio Sant’Albino e pubblicato dall’Unione tipografico-editrice in Torino nel 1859. Ecco la sua definizione: “Masca = strega, maliarda, maga, incantatrice, saga, fata. Dicesi per lo più per disprezzo o per ingiuria. Del più (masche) dal basso popolo, spiriti, ombre de’ morti, ecc.”.
“Mašca in Dalmazia (Lagosta) voce che in Piemonte (e in Provenza: masco) significa strega. In latino tardo (VII sec.) masca era sinonimo di lamia, mostro con faccia di donna maliarda e vampiro” (G.L. Beccaria, I nomi del mondo. Santi, demoni, folletti e le parole perdute, Torino 1995, pagg. 219-220).
Verso la metà del VII secolo, il termine masca fa la sua comparsa, nel Loi des Lombardos: l’origine è probabilmente germanica. Masca, con valore di stria o striga, è documentato nell’Editto di Rotari (643).
Comunque, sull’etimologia di questa parola non vi è accordo tra gli studiosi. Per esempio: “nel longobardo, masca significa prima di tutto uno spirito ignobile, il quale, simile alle strigae romane, divorava uomini vivi, ma sembra che originariamente masca significasse un morto, avvolto in una rete per ostacolare il suo ritorno sulla terra, costume che si ritrova presso alcune popolazioni primitive. Frequente è l’uso di masca, sempre per indicare strega, nel latino medioevale e anche nei secoli più vicini al nostro” (P. Toschi, Il folklore, Roma 1951, pag. 169).
Vi è chi ritiene che questo termine sia da collegare all’arabo maskarah (buffone, burattino), chi vi intravede un riferimento al nome etnico marsicus, in quanto i Marsi erano, nel mondo classico, considerati maghi; inoltre sono state suggerite relazioni con un etimo germanico con significato di “rete”.
Dobbiamo considerare che l’Editto di Rotari (643) indica con masca quella strega i cui poteri sono molto temuti, infatti è la donna malvagia che divora i propri simili, contrassegnata quindi con caratteristiche antropofaghe che ne fanno un essere impregnato di reminiscenze pagane.
Particolarmente interessante è la testimonianza degli Otia Imperalia di Gervasio di Tilbury (XIII secolo): “i fisici dicono che le lamie, dette volgarmente masche o in lingua gallica strie, sono delle visioni notturne che turbano le anime dei dormienti e provocano oppressione” (III, 88). Qui troviamo l’equivalenza di masca con strega e lamia, e la sua relazione con le apparizioni notturne.
Il termine viene anche attribuito al tardo latino del VII secolo, ma con radici nel substrato pregallico alternante con basca e forse di derivazione dal termine greco baskein: quest’ultimo indicante fatti correlabili alla magia, come baskanos colui che strega, baskanoin amuleto, baskanio fascino da cui il latino fascinum che significa maleficio. Da questi termini potrebbe anche derivare il verbo francese rabacher che significa fare baccano, quel rumore tipico prodotto dagli spettri notturni. In francese masque significa ragazza sfrontata.
Nella sostanza, possiamo dire che, pur essendo difficile effettuare una definitiva ricostruzione storico-linguistica, il termine masca possiede una sorta di omogeneità semantica il cui significato potrebbe essere individuato nell’ambito della magia e del maleficio.
Nel De laudibus virginum di Adelmo di Holmesbury, opera coeva all’Editto di Rotari, alla masca viene attribuito anche il potere di emettere grida terrificanti che suggerisce una stretta relazione con la strix latina.
In altre fonti cronologicamente poste tra il VII e il IX secolo, masca risulta tradotta con termini che rimandano al mascheramento e all’occultamento del volto o del capo: tedesco grimasse maschera, smorfia, prestito risalente al XV secolo dal francese grimace ghigno, la cui più antica attestazione è grimuche figura grottesca, idolo, feticcio in Jean Bodel, continuato poi in francese in grimace a significare contorsione del volto e grimaud diavolo, essere soprannaturale, forme che testimonierebbero come in area romanza si sarebbero contaminate due forme germaniche, grĭma e grĭm furioso, irato.
Ulteriori e interessanti altri sviluppi semantici: “Il tipo masca strega non è solo piemontese, ma anche occitano e francoprovenzale. Fra i derivati, estremamente importanti sono i tipi maschera e mascherare, quest’ultimo col significato originario di tingere il viso con fuliggine (attestato anche in catalano e in portoghese). Il rapporto fra strega e maschera è quanto mai suggestivo, nel quadro di una ricerca semantica che parta dalle cose, e non da casuali associazioni con oggetti o istituti suscitati dalle parole (…). Il rapporto è comunque provato, in area non lontana da quella di masca, dal nome occitano dello stregone: grimer. Questo verbo si collega infatti al verbo francese grimer truccare, e con esso risale al germanico grima dal significato originario di maschera. L’etimo che propongo per masca e affini è l’etnico Mārsicus, nella forma femminile mārsica. L’ipotesi implica che il tramite sia stato il toscano: come persica in Toscana ha dato pesca, così mārsica darebbe regolarmente masca. Come è noto, i Marsi erano maghi per antonomasia” (M. Alinei, Due nomi dialettali della strega: piem. masca e lig. bàzura, in “Quaderni di semantica” n. 2, 1985, pag. 397).

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