Campagna vaccinale a pieno ritmo, regole meno stringenti e l’estate alle porte aprono orizzonti di una ritrovata “nuova” normalità di cui tantissimi avvertivano un’esigenza quasi fisica. Con la bussola sempre orientata alla prudenza e all’attenzione, questo mese possiamo dire che, vista la stagione calda alle porte, anche le “Mosche da Bar” riusciranno a volare ancora. Niente paura, non vi stiamo rifilando un trattato di entomologia. A poco meno di un secolo dalla loro nascita vogliamo ripercorrere l’originale storia di un gruppo di buontemponi dotati di gran talento e tempo da perdere che solevano riunirsi al leggendario “Harry’s New York Bar” di Parigi durante i primi anni Venti (i cosiddetti “Roaring Twenties”, i Ruggenti Venti tra Parigi e Costa Azzurra con la colonna sonora del primo jazz classico eternati per sempre da F.S. Fitzgerald nel suo capolavoro “Il Grande Gatsby”, che proprio a Parigi fu pubblicato la prima volta).
Il termine “Mosche da Bar” esordì nel secondo, fondamentale manuale sui cocktail realizzato dal titolare e capo barman dell’”Harry’s New York Bar”, lo scozzese Harry McElhone; “Barflies and Cocktails” del 1927 (il primo fu l’“Harry’s Abc of mixing drinks” del 1919) deve il suo titolo – Mosche da bar e Cocktails – a una singolare idea venuta qualche anno prima, una sera del dicembre 1924, al barman e a un suo amico giornalista, Oscar Odd McIntyre, il più famoso cronista dei fatti newyorchesi conosciuto semplicemente come O.O. McIntyre. Lui e altri giornalisti stavano raccontandosela nel salotto di Rue Daonou 5 quando un collega spalancò la porta del locale e, vedendo il gruppetto assorto nella conversazione, disse che sembravano tutti “un’elegante compagnia internazionale di mosche da bar”.
Harry colse la palla al balzo e propose di formare un’associazione con quel nome; quella sera lui e McIntyre raccolsero cento firme di altrettanti clienti abituali del bar che andarono così a formare la struttura fondativa di un’organizzazione segreta il cui scopo era – parole loro – quello di dedicarsi “all’ascesa e al declino dei grandi bevitori”. Secondo un aneddoto spesso riportato di cui però non esiste traccia scritta – o almeno, non ne è stata rinvenuta ancora una – quella stessa sera uno dei giornalisti che firmò il manifesto, Carl Dennewitz, appiccicò delle mosche morte su alcune zollette di zucchero che poi i membri della neonata associazione si misero in tasca appena prima di lasciare il locale. Girarono diversi bar della capitale francese (quelli del Catham Hotel e del lussuoso Ritz più un manipolo di altri luoghi frequentati dai più raffinati bevitori del tempo) e divennero così famosi come le “Mosche dei bar parigini”. L’obiettivo di mantenere del tutto segreta questa associazione fallì piuttosto in fretta: lo stesso McIntyre ideò le quattordici regole speciali per accedere al gruppo e le rivelò nella sua seguitissima rubrica “New York Day By Day” pubblicata su oltre 500 testate degli Stati Uniti.
Molte di quelle regole erano davvero spassose, come ad esempio le seguenti:
La terza: “Ogni membro sorpreso a intagliare omini di carta dopo una nottataccia deve dare le dimissioni”, oppure quella successiva: “Chi arriva alla Trappola alle 5 del mattino ed è in grado di suonare un ukulele senza prima provarlo è eleggibile membro a vita”, o ancora la quinta: “I membri che cadendo colpiscono il mento sulla ringhiera del bar saranno sospesi per 10 giorni”. Insomma, lo spirito era sicuramente goliardico, ma l’attitudine al giudizio dei locali e dei cocktail era da professionisti; le Trappole citate nelle regole erano ovviamente i bar sparsi per il globo in cui i membri potevano riconoscersi tra loro seguendo un preciso codice ideato ancora da McIntyre. Quando capitava che due membri del gruppo entrassero in un locale senza sapere se l’altro fosse o meno una vera Mosca Internazionale, dovevano come prima cosa sorridersi a vicenda e camminarsi incontro fingendo di agitare delicatamente un bicchiere di brandy nella mano sinistra, poi con la mano destra dovevano spazzolarsi la spalla della giacca come se stessero scacciando una mosca. Se l’altra persona avesse ripetuto il gesto allora significava che si era al cospetto di una vera “Mosca internazionale da bar”, entrambi avrebbero dovuto imitare con la voce il ronzio di una mosca e sollevare il piede destro a 20 cm da terra, infine si sarebbero stretti la mano con le dita rannicchiate come se stessero afferrando un grosso bicchiere da whisky. Rituale bizzarro ma indubbiamente divertente, perlomeno per i clienti che vi assistevano e che non erano membri di questa singolare carboneria alcolica.
In “Barflies and Cocktails” McElhone stilò l’elenco ufficiale delle Trappole per Mosche dando alle stampe nei fatti il primo vero atlante internazionale dei migliori locali del mondo; tra quei 66 indirizzi l’Italia era rappresentata solo dal bar dell’Hotel Plaza di Roma. Pochi anni dopo entrò anche l’Harry’s Bar di Venezia, che ha festeggiato da poco 90 candeline. Il primo elenco dei membri apparso nella guida arrivava a 500 nominativi: tra questi, McIntyre era al numero uno e Presidente del gruppo, McElhone il secondo iscritto, l’editore del “Paris Boulvardier” Erskyne Gwynne era il 27esimo (per lui McElhone inventò il “Boulvardier”, una variante a base Bourbon del Negroni), al numero 72 lo scrittore statunitense Sinclair Lewis, che tre anni dopo vinse il Nobel per la letteratura.
Le donne inizialmente non erano ammesse al gruppo delle Mosche, ma quando qualche anno dopo le porte si aprirono anche per loro, diedero vita al gruppo delle “Farfalle Internazionali”, tra cui spiccarono subito l’attrice francese Michèle Morgan (vero nome Simone Reneé Roussel) e la celeberrima giornalista americana Elsa Maxwell, colei che elevò l’arte del pettegolezzo a genere letterario.
Morale: che voi siate Mosche o Farfalle, volate di nuovo e andata a caccia di nuove Trappole! Poi, mi raccomando, segnalatecele.

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