Lo storico statunitense e premio Pulitzer Bernard De Voto (1897-1955) affermò che il “massimo contributo americano alla cultura universale fosse stato il Martini”. Non siamo d’accordo. Anche il Jack Rose Cocktail non scherza. Primo perché mette assieme tre pesi massimi della cultura americana, il brandy alle mele chiamato Applejack e gli scrittori Hemingway e Steinbeck, poi perché è l’assoluto protagonista di una storia che parte da Scobeyville, New Jersey, per arrivare a Boston, Massachussetts, ed è una di quelle storie che se non fossero vere bisognerebbe inventarsele. Cominciamo dall’ingrediente principe che verosimilmente regala il nome a questo cocktail classico della tradizione del bere americano: l’Applejack è nativo degli stati del New Jersey e della Pennsylvania. Il più famoso e antico è quello brevettato da William Laird nel 1698 a Scobeyville. Da quel momento l’Applejack divenne sinonimo di Laird & Company e viceversa. Salto nel futuro con la De Lorean alla metà degli anni Settanta. A Boston un ragazzino di nome Jackson Cannon era affetto da una dislessia che gli causava molte difficoltà nella lettura; suo papà cercava di aiutarlo leggendogli ad alta voce alcune pagine dei grandi classici della letteratura americana, tra i quali un bel giorno spuntò il romanzo “Fiesta” dell’onnipresente Ernest Hemingway; a un certo punto del racconto, il protagonista Jake Barnes beve un Jack Rose e Jackson chiese a suo padre cosa fosse. Gli rispose che non se lo ricordava bene ma credeva fosse un vecchio cocktail a base di granatina e brandy di mele. Più che la prosa feconda e chirurgica di Papa Hemingway a Jackson restò impresso il Jack Rose, forse anche per la vaga assonanza col proprio nome di battesimo, e anni dopo volle imparare a miscelare il Jack Rose Cocktail “definitivo” quando nel 2004 un nuovo locale di Boston, l’Eastern Standard, si mise a cercare un bar manager. Jackson decise che la chiave per ottenere l’incarico dovesse essere la ricetta perfetta del Jack Rose da presentare al colloquio di assunzione; a tale scopo, la casa di Somerville che condivideva con la fidanzata bartender Misty Kalkofen (star del bancone al locale più “in” di Boston dell’epoca, il B-Side) si trasformò in un vero e proprio centro di ricerca sperimentale di miscelazione dei drink. Cannon invitò anche Jamie Bissonette, che poi sarebbe diventato il primo chef dell’Eastern Standard, e rovesciarono sul tappeto tutti i libri di cocktail che possedevano ricreando e assaggiando le ricette del Jack Rose contenute in ognuno di essi. Discussero animatamente su quali proporzioni dovessero essere considerate le migliori, infine la ricetta vincente fu giudicata quella che prevedeva 4.5 cl di applejack, 2.25 cl di succo di limone fresco, 1.5 cl di granatina fresca (“Avevamo sempre usato quella della Rose’s – rammenta Cannon – poi un giorno trovai la ricetta della granatina in un vecchio libro e rimasi letteralmente a bocca aperta. Era fatta con la melegrana!” – il che la dice lunga sui decenni di oblio culturale in cui erano precipitati moltissimi bartender). Nacque la Jack Rose Society. Questa singolare carboneria alcolica, parente alla lontana delle mitiche “Mosche da Bar” di Harry McElhone e Oscar Odd McIntyre, di cui già abbiamo scritto in questo spazio, si riunì molte altre volte: in ogni occasione veniva rispolverato un cocktail classico ritenuto dimenticato e si sperimentavano tutte le sue ricette che si riuscivano a recuperare dalle pagine dei vecchi libri sui drink, da un classico tiki praticamente scomparso come il “Suffering Bastard” all’unico cocktail ritenuto l’invenzione locale di Boston come il “Ward Eight”. Il Jack Rose era però il drink distintivo dell’associazione. La sua nobilitazione letteraria non appartiene per una volta al solito e solo Hemingway, che infatti la condivide con un altro gigante della narrativa americana: il premio Nobel per la Letteratura del 1922 John Steinbeck. Nell’articolo pubblicato il 27 febbraio 2013 sul sito LaWeekly.com dal titolo “Cocktail Nerdom: happy birthday John Steinbeck”, il cronista Besha Roddel – nel giorno del compleanno di Steinbeck – citava il Jack Rose come il cocktail prediletto dell’autore di capolavori quali Furore, Uomini e Topi, Pian della Tortilla e La Valle dell’Eden. E’ risaputo che, al pari di Papa, anche per Steinbeck la grandezza dell’impegno sociale e letterario preso su di sé per raccontare le fatiche e le miserie della classe contadina americana era paragonabile solamente alla passione per un cocktail fatto bene. La Jack Rose Society non sopravvisse alla rottura del fidanzamento tra Jackson e Misty ma ebbe un impatto fondamentale sulla scena bostoniana dei cocktail, fino a quel momento sonnacchiosa e priva di personaggi carismatici. Ci sono almeno tre versioni differenti sull’origine del nome di questo drink: la prima è la più didascalica e come detto forse anche la più verosimile: il Jack Rose si chiama così perché contiene l’Applejack e perché il suo colore ha una tonalità di rosa acceso tendente all’arancio. La seconda teoria è quella sposata nel XIX secolo dal giornalista Albert Stevens Crockett, che inserì il Jack Rose nell’elenco dei cocktail pre-proibizionisti del suo “Old Waldorf Astoria Bar Book” del 1931 accreditando la corruzione in Jack Rose del nome botanico di una specie di rosa che si diceva essere senza spine chiamata Jacqueminot Rose; poiché il cocktail è particolarmente setoso e morbido, senza spine, per così dire, anche questa potrebbe essere una spiegazione tutto sommato accettabile. La terza teoria si rifà alla storia di un gangster coinvolto in un processo per omicidio che nei primi anni del ‘900 ebbe una certa risonanza. Noi continuiamo a preferire la prima.

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