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domenica, Febbraio 25, 2024

Gli eretici nebbioli di Lombardia

Dall’alpe alla pianura

Questa tappa del giro enologico alla (ri)scoperta dei nebbioli per così dire più negletti, non certo per colpa della loro qualità, esce dai confini del tradizionale Piemonte e dei suoi loci meno battuti, affrontati il mese scorso, per approdare nella vicina Lombardia e nelle sue due zone di grandi rossi collocate geograficamente e orograficamente agli antipodi: le montagne di Valtellina a nord e le dolci colline dell’Oltrepò pavese a sud-ovest. La storia dell’uva nebbiolo in quel delle Alpi lombarde risale al ‘600, quando nei terrazzamenti eroici che ancora oggi identificano l’intero ecosistema vinicolo del territorio trovò ideale dimora la Chiavennasca, definizione vernacolare del nebbiolo coltivato in Valtellina (nome che deve la sua origine alla vicina Val Chiavenna e forse anche ai superstiti echi dialettali che identificavano nel termine “ciuvenasca” una varietà dotata di maggior nerbo e dunque resistenza alle altitudini, piuttosto che “ciu-vinasca”, specie di uva maggiormente adatta alla vinificazione). Proprio per le caratteristiche di robustezza del vitigno e le sue straordinarie capacità di dialogo con la roccia, il nebbiolo fu scelto per ricostruire i terrazzamenti dopo l’epidemia di fillossera che in sostanza azzerò l’intero patrimonio viticolo nel XIX secolo, con questo divenendo di fatto un’uva autoctona al pari delle sue alleate locali: la Brugnola, la Pignola e la Rossola. I produttori affiliati al Consorzio di Tutela sono una cinquantina, equamente distribuiti tra piccoli artigiani ed aziende, queste ultime ulteriormente suddivise tra storiche e più recenti. I nomi che ricorrono spesso sulle guide e che identificano a prima vista il Nebbiolo delle Alpi sono di sicuro Arpepe, Conti Sertori Salis, Mamete Prevostini, Nino Negri e Triacca. La tipologia di nebbiolo più blasonata è quella dello Sfursat, il primo vino rosso secco passito italiano ad aver ottenuto nel 2003 la Doc, ora Docg: il nome (“sforzato”) deriva proprio dalla pratica di forzare la maturazione delle uve prolungandola nel tempo con l’appassimento su antichi graticci chiamati “fruttai” (circa 110 giorni ai termini dei quali – solitamente a gennaio – gli acini perdono il 40% del proprio peso concentrando zuccheri ed aromi migliori). Ma non è sulla risposta lombarda all’Amarone veneto che ci vogliamo soffermare quanto sui suoi fratelli minori e le denominazioni più vocate che essi originano: Inferno, Sassella, Grumello, Maroggia e Valgella. Il primo nasce nella sottozona più piccola il cui nome fa riferimento a piccoli terrazzamenti vitati, situati fra Poggiridenti e Tresivio, in anfratti rocciosi e impervi che in estate raggiugono temperature quasi caraibiche. Quello dei F.lli Bettini chiamato “Prodigio” viene prodotto solo nelle annate migliori, in bottiglie numerate, ed è uno dei pochi della denominazione a subire una vendemmia tardiva delle uve senza diventare Sfursat, così come accade per l’altro vino bandiera dell’azienda: il Valgella Docg “Vigna La Cornella”, che sfrutta proprio la favorevolissima zona di produzione su cui insiste la cantina, nel cuore della Valgella a San Giacomo di Teglio (SO). Curiosità: in passato il Valgella era il rosso valtellinese destinato al commercio con la vicina Svizzera e il nome deriva dal “valgel”, in dialetto il piccolo ruscello di montagna che scende a valle. Sono vini di buona complessità, di colore rubino tendente al granata, con profumi di bosco e frutti rossi, dai tannini robusti ma eleganti e anche setosi. Il Sassella viene realizzato nella zona compresa fra il comune di Castione Andevenno e il territorio a ovest di Sondrio, 116 ettari molto soleggiati e aspri al cui centro spicca la rupe del santuario mariano della Sassella, nome che deriva infatti da sasso, rupe. Quello di Arpepe è paradigmatico (e, diciamolo subito, piuttosto costoso): il suo “Rocce Rosse” nasce da vigneti a 400 mt di quota che godono del vento pomeridiano (la breva) del Lago di Como che rinfresca la valle. È complesso ed evoluto, nell’annata 2007 premiato come miglior rosso d’Italia dal Gambero Rosso. Un nebbiolo di straordinaria eleganza. La denominazione Grumello prende il nome da Castel Grumello, fortezza del XIII secolo che domina Sondrio. Questa sottozona di 74 ettari si esprime in maniera completa e compiuta, ad esempio, nella bottiglia di un piccolo produttore, Alberto Marsetti: il Grumello Docg “Vigna Le Prudenze” nasce da vigne tra i 450 e i 650 metri di altitudine. Prodotto in poco meno di 9mila bottiglie annue, invecchia per 24 mesi in botti di rovere; nel bicchiere, un’esplosione di marasca, prugna e note boschive con richiami al tabacco da sigaro. Un vino che nasce nel freddo e che restituisce un abbraccio asciutto e caldo. Infine, la piccola denominazione Maroggia, quella riconosciuta più di recente: rientra nel territorio del Comune di Berbenno in Valtellina, adiacente alla zona del Sassella. Prodotto in quantità limitata (25 ettari a vigneto), è legato alla figura di San Benigno De’ Medici, che a metà del Quattrocento si fermò a Maroggia dove apprezzò il vino locale definendolo ‘firmum et dulce’, strutturato e amabile. Ambasciatore di questa declinazione di nebbiolo alpino è Matteo Tarotelli con l’azienda Assoviuno di Berbenno (SO): il suo “Maroggia Superiore Riserva” contempla anche una piccola percentuale di Merlina e Rossola da due vigneti storici ed è prodotto in appena 2mila bottiglie all’anno, nemmeno ogni anno. Il bicchiere è deciso, ricco e scoppiettante pure di una bella mineralità. Concludiamo il tour dei nebbioli lumbard con una bottiglia davvero “eretica”, non fosse altro perché vede la luce circondata (per non dire accerchiata) da sconfinati ettari di nobile Pinot Noir: Castello di Cigognola, residenza privata della famiglia Moratti in Oltrepò pavese, ha profondamente ristrutturato la sua azienda vitivinicola oggi timonata dal figlio di Letizia e Gianmarco, Gabriele. Abbandonato il toponimo castellano e ribattezzata semplicemente “Moratti”, la cantina sforna non solo Metodi Classico di gran levatura ma anche un nebbiolo oltrepadano di nome “Per Papà”, omaggio dichiarato al capofamiglia scomparso nel 2018: un “Pavia Igt” di lunga macerazione e tre anni di affinamento (12 mesi in botte piccola e 24 in bottiglia) in cui al colore rubino si associano profumi di frutti rossi e cuoio e che all’assaggio rivela sorprendenti sfumature balsamiche. Costosetto. Ma un’eresia val bene la spesa.

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