Stanchi di Margarita, Caipirinha, Gin&Tonic e Spritz con cui avete accompagnato buona parte dell’estate? Cercate un’alternativa cittadina ugualmente attraente ma che non vi ricordi all’istante le tanto desiderate e subito dimenticate vacanze? Nato nel periodo d’oro dei “Ruggenti Anni 20” il French 75 è quello che fa per voi; un cocktail a base di champagne che in realtà nella sua prima versione lo champagne proprio non lo vide nemmeno di sfuggita, e qui già si cela il primo mistero attorno alla sua creazione. Mistero che poi si estende alla paternità di chi per primo lo miscelò, poiché ancora oggi circolano almeno tre versioni diverse sulla sua nascita.
Cominciamo dall’unica certezza legata al nome: il cocktail si chiama così (omaggio discutibile fin che si vuole ma si deve tener presente che era appena finita la Prima Guerra Mondiale) grazie al cannone a ripetizione da 75 mm dell’artiglieria pesante francese, costruito nel 1897, protagonista assoluto del conflitto 15-18 e prima arma tecnologicamente avanzata del XX secolo, il cui utilizzo si è protratto infatti fino alla Seconda Guerra Mondiale di quasi trent’anni dopo. Poteva sparare 15 colpi al minuto con una gittata di 5 miglia e non aveva bisogno di essere riposizionato dopo ogni singolo colpo come succedeva invece alle armi da fuoco fino ad allora disponibili. Era stabile, preciso e affidabile, insomma, micidiale; per questo motivo fu adottato anche dalle forze militari inglesi e americane. Il numero 75 divenne quindi sinonimo di potenza e vigore. Una prima leggenda attribuisce il battesimo del drink chiamato “75” a Raoul Lufbery, pilota della Squadriglia Lafayette, conosciuta anche come “Escadrille Americaine”, ovvero l’unità aerea francese composta da volontari statunitensi formatasi il 20 aprile 1916 e sciolta il 18 febbraio 1918 (furono 170 in tutto i cittadini americani che combatterono nell’esercito transalpino, 38 i piloti della squadriglia). Al termine di una missione vittoriosa, sembra che Lufbery abbia versato del cognac dentro un bicchiere di champagne per ottenere una gradazione più robusta.
Ma non avevamo detto che in origine lo champagne non c’entrava nulla con il French 75? In effetti, in tutte le ricette apparse fino alla prima metà degli anni Venti i cocktail che contenevano il numero 75 nel loro nome non contenevano le pregiatissime bolle francesi. Nella guida del 1922 del francese Robert Vermier “Cocktails and how to mix them”, manuale molto diffuso in quegli anni e di grande rilevanza storica, il 75 è così descritto: due gocce di granatina, un cucchiaino di succo di limone, una parte di calvados, due parti di London Dry Gin. Bene, la Francia è rappresentata degnamente dall’acquavite della Normandia distillata dal sidro di mele ma dello champagne nemmeno l’ombra. Nelle note al drink, Vermier confermava l’origine del nome dal cannone francese e attribuiva la paternità del cocktail a Henry Tepé  barman prima del Chatham Hotel e poi del proprio Henry’s Hotel di Parigi. Non fece però in tempo a godere della notorietà e della fama raggiunte dalla sua creazione attorno ai primi anni venti; poco prima che venisse firmato l’armistizio, nel 1917, Henry si tolse la vita buttandosi dal secondo piano del suo hotel, finì contro la tettoia in vetro del ristorante al piano stradale e morì sul colpo. La sua ricetta invece ebbe vita lunga e gambe robuste; non ci mise molto ad attraversare la strada e varcare l’ingresso di Rue Daunou 5, dove Harry McElhone dell’ “Harry’s New York Bar” la potenziò con due gocce di assenzio, invertì le parti dei due liquori e la inserì nell’edizione aggiornata del 1924 del suo “Harry’s Abc of Mixing Drinks”.
Le note al drink parlano ancora genericamente di un cocktail molto popolare in Francia durante la Guerra e chiamato così per via del cannone di artiglieria. Insomma, questo benedetto champagne quando è arrivato e da dove è saltato fuori? Secondo l’adagio del “Nessuno è profeta in patria”, le bolle d’oltralpe varcarono l’oceano e comparirono la prima volta all’interno del cocktail conosciuto col numero 75 nella guida del 1927 di Judge Jr, “Here’s How”. Judge Jr., nome d’arte dell’illustratore e cartoonist americano Norman Hume Anthony, nato a Buffalo nel 1889, titolare delle edizioni Judge e successivamente editore di Life Magazine sotto il proprietario Charles Dana Gibson (al cui nome sembra sia ispirata una delle più famose varianti del Martini Cocktail, ma questa è un’altra storia), realizzò questo testo divenuto un classico di riferimento per la cultura dei cocktail ai tempi del Proibizionismo, al punto da venir ripreso in buona parte da Harry Craddock nel suo celeberrimo “Savoy Cocktail Book” del 1930. Il 75 di Judge Jr era così composto: due parti di London Dry Gin, una parte di succo di limone, un cucchiaio di zucchero superfino, ghiaccio tritato; mescolare gli ingredienti in un bicchiere alto e colmarlo con lo champagne ben ghiacciato. Craddock riprese la ricetta pari pari e in omaggio alla presenza dello champagne la rinominò “French 75”, che da quel momento divenne il nome definitivo del cocktail con la storia più paradossale di tutte: la Francia nel nome e nel bicchiere, l’America come cultura di riferimento e come tradizionale luogo di origine e consumo. Per non svenarvi, potete sostituire lo Champagne con un buon Metodo Classico di casa nostra. Alla salute! E bentornati.

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