Nel precedente articolo, pubblicato sul numero di dicembre 2020, vi avevo presentato uno dei massimi esperti nella ricerca dell’oro: il canavesano Silvio Bianco. In qualità di giornalista di Cose Nostre ho di nuovo scavalcato la fila degli amici che gli chiedono di portarli con sé nelle “gite” sui fiumi, sui torrenti e sui rii per imparare a cercare oro! L’uscita dedicata al nostro giornale è la n° 1106! Ci aveva anche incuriosito moltissimo la teoria sull’origine batterica di almeno una parte dell’oro. “ Esistono colonie di batteri che in certe condizioni e in presenza di solfuri ferrosi possono attuare dei processi biossidativi e depositare oro puro fino al 99%.” Silvio Bianco, passo dopo passo, anzi pepita dopo pepita (trovata lungo rii lontanissimi da qualsiasi giacimento di minerale aurifero), sta dimostrando che questa teoria ha del vero. La nostra uscita è qualcosa di completamente diverso dallo scavo nei sabbioni dell’Orco. Si tratta di fare “crevicing” sulle rive della Stura di Lanzo, cioè cercare oro nelle fessure dei massi che si trovano in punti particolari del torrente, dove durante una piena impetuosa c’è la possibilità che particelle d’oro scagliate verso l’alto con l’acqua, abbiano potuto ricadere per il peso, appena superato l’ostacolo roccioso e siano rimaste intrappolate proprio grazie alla posizione della fessura, trasversale o perpendicolare rispetto al flusso.
“Silvio, anche partendo dal presupposto che c’è oro ovunque, come parte una ricerca di questo tipo?”


“Prima di tutto bisogna consultare le mappe topografiche, rileggere note lasciate dai vecchi cercatori, informarsi sui regolamenti di quel particolare territorio -spiega Bianco- e poi individuare zone con sponde rocciose nel punto più favorevole al rilascio di materiale durante le piene. Per la Stura, che non ho mai esaminato prima, sono risalito sulle mappe fino a Lanzo, appena a monte del Ponte del diavolo, dove la piena eccezionale del 2000, può aver depositato materiale interessante.”
Ci troviamo dunque a Lanzo e scendiamo al ponte seguendo un bel sentiero lastricato, leggendo con interesse i cartelli che raccontano la leggenda del ponte creato in una notte dal diavolo ( gabbato poi dai Lanzesi) e delle marmitte dei giganti, conche di pietra levigate dal rotolare di qualche pietra rimasta intrappolata a lungo, ma generate anch’esse, secondo la leggenda, dallo scalciare del diavolo infuriato. Dietro la cappella di San Rocco che vigila all’ingresso del ponte, inizia un sentiero che scende sulla sponda  sinistra verso rocce di sienite rossastra levigate da pleistocenici ghiacciai. C’è un ometto di pietre che sembra indicarci dove cercare. Intanto i vacanzieri d’acqua dolce scendono sull’altra riva per prendere il sole e bagnarsi nelle acque fresche.
Silvio Bianco ha portato con sé una sacca con l’attrezzatura. Serviranno strumenti come rampino, paletta e spazzola che ci permetteranno di recuperare tutto il materiale depositato nelle fessure, togliendo dove necessario le pietre che si sono incastrate con una leva o un martello da geologo. Anche qui, come quando sulle rive dell’Orco mi spiegava che buche e dighe di ricerca andavano poi spianate per non danneggiare l’ambiente e non creare pericoli, Bianco insiste sulla necessità di usare strumenti solo per spostare, non per distruggere rocce e modificare l’ecosistema, ad esempio strappando via vegetali che abbiano radicato. Una bella fessura trasversale compare a lato di una roccia che solo nelle fotografie  scopriremo avere il volto accigliato di un idolo arcaico o del diavolo…chissà! Cominciamo a lavorare togliendo le pietre più grosse e disincastrandone alcune: ecco che appare del materiale più fine. Silvio infila il rampino, raspa, spazzola,  raccoglie il terriccio in una delle tre batee che ha portato. Intanto mi racconta che all’epoca del Klondike la batea era una semplice padella di latta che serviva per cuocere anche i fagioli e che annerendosi sul fuoco rendeva poi più facile vedere l’oro. Nel terriccio troviamo anche ferro arrugginito. “Buon segno – commenta Silvio – perché suggerisce l’ipotesi che una piccola o grande pepita si sia formata in quel punto esatto, grazie alla ruggine (idrossido di ferro) che ha stimolato i batteri responsabili dell’accumulo aurifero.” Vedremo.  I tempi sono lunghi, il sole riverbera sull’acqua, ma finalmente la batea è a livello giusto per il lavaggio. Silvio Bianco è un campione nell’uso del piatto: rotea, inclina nell’acqua corrente e i sassi rotolano fuori. Pian piano compare un materiale più scuro e pesante: la magnetite e qualche minuscolo granato.

Alla fine del lavaggio rimangono aggrappate alla plastica della batea alcune micropepite d’oro! Sono talmente piccole che Silvio dovrà osservarle al  microscopio per confermare che si tratti di oro.  Vorremmo gridare “Est est est!” come i Romani fecero per l’ottimo vino scoperto, ma ci limitiamo a continuare la ricerca in un’altra fessura profonda e promettente. Mi avvicino incuriosita ad una mini…marmitta da gigante bebé, scavata in una roccia vicina. Sembra davvero un pentolone! Silvio Bianco approva: se è abbastanza profonda, si può provare. È piena d’acqua, prima di toccare il fondo a circa 60 cm  passa almeno un’ora. Pietre, sassi e poi finalmente un deposito fine che va a riempire il più grosso dei piatti di raccolta. In tre lavaggi Silvio libera dal materiale altre pagliuzze d’oro. Cerchiamo ancora una fessura giusta: è perpendicolare al corso dell’acqua; lavoriamo a lungo attorno ad una grossa pietra incastrata così bene da sembrare parte della roccia. Alla fine scivola via dalla nicchia e sotto si rivela il deposito. Altra raccolta e lavaggio: splendono micropepite come stelline sul cielo blu della batea. Chiedo a Silvio quante volte si dedica al crevicing. “ D’estate, quando cercare in pianura è quasi proibitivo per il calore, è bello salire verso le montagne. In genere vado sul Cervo, dove si trovano anche pepite superiori al grammo, o sulla Soana, sul Lys e in Liguria sul Roja. La cosa più affascinante, come ti ho già detto più volte, è studiare il percorso di questi torrenti, capire le linee di forza di una piena, trovare le rocce giuste. La soddisfazione non è solo trovare l’oro, ma tutto il processo di analisi e creazione di ipotesi  che precede.”
Sono le 15,30. Ci siamo concessi una sosta al ristorante “Sotto fresche frasche”, ma il resto del tempo, dalle 9,30 di questa splendida giornata è stato dedicato a solleticare le rocce per scovare tesori nascosti.
Strapperò a Silvio Bianco la promessa di accompagnare anche qualche… fortunato casellese a un’uscita-scuola!
Intanto potete contattarlo su Fb e seguire la sua attività nella pagina “Oro in natura”!

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