Tra il 21 e il 22 settembre del 1864 Torino fu sconvolta da una serie di scontri tra i manifestanti, che si opponevano allo spostamento della capitale del neonato Regno d’Italia dalla città piemontese a Firenze, e le forze di polizia intervenute per disperderli. Di questi gravi disordini, che avrebbero accompagnato il trasferimento delle istituzioni nazionali tra le due città, poco viene ricordato e ancor meno conosciuto. Dietro questa decisione di carattere prettamente politico si celava la prima strage di Stato che ha lasciato in una delle più importanti piazze del capoluogo piemontese una fila consistente di morti e feriti per mano delle forze dell’ordine. Inoltre, questo fu uno degli eventi risorgimentali nei quali regna tuttora scarsa trasparenza e poca chiarezza nella versioni ufficiali che erano state divulgate.
L’abbandono di Torino capitale d’Italia fu stabilita attraverso una clausola segreta durante la “Convezione di settembre”, sottoscritta il 15 di quel mese a Fontainebleu, tra gli ambasciatori italiani Costantino Nigra e Gioacchino Napoleone Pepoli e il ministro degli esteri francese Edouard Drouyn de Lhuys. Tale Convenzione si limitava a stabilire che l’Italia si impegnava a rinunciare a qualsiasi mira territoriale nei confronti dello Stato Pontificio, e come controparte la Francia si sarebbe impegnata a ritirare gradualmente le sue truppe a protezione di Roma. Tale ritiro si sarebbe dovuto completare entro due anni. Secretato dai firmatari in un protocollo aggiuntivo si disponeva che l’Italia si impegnasse a trasferire entro sei mesi la capitale da Torino a un’altra città di sua scelta. Alla base di questo accordo vi era la convinzione dell’imperatore francese Napoleone III che questo trasloco avrebbe dovuto preservare Roma dalle intenzioni di conquista da parte italiana. Questo equilibro fu totalmente sovvertito solo sei anni più tardi dalla guerra franco-prussiana che vide capitolare proprio i transalpini, e che di fatto concesse all’Italia l’opportunità di annettere i territori sotto il dominio del Santo Padre. L’Italia così, in meno di dieci anni, avrebbe cambiato capitale per la seconda volta e a titolo definitivo.
Le ragioni di tanta segretezza erano da ricercare nelle conseguenze tangibili di un declassamento di Torino da capitale a capoluogo. Torino, capitale del Regno sabaudo dal 1563, era stata la sede del primo parlamento italiano e aveva vissuto la sua trasformazione da capitale di un piccolo regno a quella di uno stato nazionale attraverso un vasto piano di interventi pubblici promossi dal Comune stesso. La dimensione di capitale fece sì che Torino divenisse il luogo dove si insidiassero tutta una serie di uffici pubblici, ministeri e sedi diplomatiche con la conseguente crescita di posti di lavoro, infrastrutture, opere pubbliche nonché di prestigio e d’importanza a livello internazionale. Era prevedibile che l’annuncio della perdita del proprio status avrebbe provocato un’accesa protesta dei cittadini torinesi.
La clausola segreta e la narrazione degli avvenimenti furono divulgati dalla Gazzetta del Popolo, uno dei quotidiani più autorevoli e diffusi nel Regno. I torinesi infuriati della scoperta si gettarono per le vie della città manifestando la propria rabbia verso il governo. Teatro della sanguinosa repressione da parte delle autorità fu Piazza Castello, dove un drappello di regi carabinieri fece fuoco contro la popolazione provocando decine di morti e feriti. Il giorno seguente, il 22, la situazione divenne ancora più drammatica in quanto a cadere non furono solo i manifestanti ma anche gli stessi gendarmi schierati a reprimere la protesa, colpiti dal fuoco incrociato di altri carabinieri.  L’errore di tattica militare avvenuto nell’altra piazza centrale della città, Piazza San Carlo, fu quello di schierare delle truppe sotto entrambi i portici contrapposti che delimitavano la piazza e un plotone di allievi carabinieri sul lato della Questura. Ciò provocò un micidiale reticolo di colpi sotto il quale persero la vita cittadini e soldati. Il bilancio ufficiale fu di 52 morti, di cui 27 civili e 25 militari e 187 feriti. Il soccorso dei feriti avvenne nella più totale confusione e impreparazione tanto che non poterono essere curati se non prima di un’ora dopo essere stati colpiti.
Questa strage si potrebbe considerare come frutto di una strategia della tensione ante litteram secondo la quale coloro che scatenarono la repressione da parte delle forze dell’ordine furono personaggi al soldo di alcune forze politiche. Almeno così avevano dichiarato parte degli esponenti di giornali dell’opposizione e dei membri di diversi orientamenti politici che videro in Ubaldino Peruzzi e Silvio Spaventa, due agenti legati ad alcuni politici del governo, esplodere i primi colpi al fine di legittimare la repressione, ed essere i veri esecutori materiali della strategia. Queste uccisioni provocarono la caduta dell’allora presidente del Consiglio dei ministri del Regno d’Italia, Marco Minghetti, e l’apertura di un’inchiesta parlamentare che si concluse senza l’assegnazione di alcuna responsabilità ai fatti accaduti. Da allora quegli avvenimenti furono coperti dal silenzio e caddero nel dimenticatoio come il destino dei manifestanti arrestati. Infatti solo di recente si è scoperto che i manifestanti che furono richiusi nelle carceri di Torino e Genova, vennero successivamente deportati in America Latina e arruolati nell’esercito argentino. All’inizio del 1866 furono impiegati nella guerra della Triplice Alleanza che vide opporsi da una parte il Paraguay e dall’altra la coalizione formata da Argentina, Brasile ed Uruguay (appunto la Triplice Alleanza). Di quei soldati deportati, circa un migliaio, non si ebbero più notizie e si suppone che siano tutti deceduti durante il conflitto che si protrasse fino al 1870.
Solo di recente questo triste episodio ritornò alla memoria con l’apposizione da parte del Comune nel 1999 in piazza San Carlo di una lapide commemorativa in ricordo delle vittime. Non ha invece ancora avuto seguito la richiesta del 2010 da parte del deputato torinese Davide Cavallotto di istituire una giornata in ricordo dei cittadini caduti.

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