“Come sia potuta sfuggire l’invenzione della bicicletta a Leonardo da Vinci, si spiega soltanto col carattere aristocratico dell’ingegno leonardesco, inteso alla costruzione di grandi macchine che servissero per la guerra e quindi per la conquista del mondo, oppure all’ideazione di un mezzo che consentisse all’uomo di volare, cioè di liberarsi fisicamente del suo legame al terreno. L’idea di un mezzo di spostamento veloce per lavoratori, contadini, fattorini e altra minuta gente, non allettò il suo cervello, che se si fosse applicato, avrebbe di certo realizzato facilmente la bicicletta con quattro secoli di anticipo, tanto gli era chiaro il funzionamento degli ingranaggi e il problema della trasmissione del moto.”
Così scriveva Piero Chiara nel 1974, ma proprio in quello stesso anno Augusto Marinoni, insigne studioso di manoscritti leonardeschi, rendeva pubblico il foglio 133 del Codice Atlantico, sul quale, insieme ad alcuni disegni osceni, era presente lo schizzo di una bicicletta, con tanto di pedali, sella e manubrio. Data la mediocre qualità del disegno, visibilmente sproporzionato (i pedali infatti toccherebbero terra), Marinoni ammise che questo non poteva essere attribuito direttamente a Leonardo, ma probabilmente a un allievo, forse Giacomo Caprotti, alias Salaì: il giovane, bellissimo modello che l’avrebbe realizzato ricordando un progetto del Maestro. Prima dei lavori di restauro condotti da Marinoni e dai frati dell’abbazia di Grottaferrata tra il 1966 e il 1969, i fogli 132 e 133 erano incollati fra di loro, presumibilmente al fine di celare gli imbarazzanti disegni.
La bici di Leonardo non convinse gli studiosi del Maestro, dubbiosi del suo reale funzionamento. Tuttavia, non è certo questa la prova dell’inautenticità dello schizzo, poiché, come ben sappiamo, solo alcuni dei tanti marchingegni leonardeschi erano in grado di funzionare.
Marinoni riuscì comunque ad includere il foglio 133 nella prima edizione del Codice Atlantico del 1974. Così la bicicletta divenne uno dei pezzi forti della mostra “Laboratorio su Leonardo”, in occasione della quale ne venne realizzato un modello in legno.
Si parlò di “giallo leonardesco”, lasciando intravvedere uno dei tanti – decisamente troppi – misteri che aleggiano intorno alla figura del Genio.
Ma da qualche tempo si è affacciata l’ipotesi della bufala clamorosa, o meglio ancora, della burla. Secondo il professor Hans Lessing, docente all’università di Ulm, il falso potrebbe essere attribuito allo stesso Marinoni, il quale, prendendo spunto da due cerchi e da alcune linee trasversali presenti sull’ormai famigerato foglio 133, avrebbe aggiunto le parti mancanti, fino ad ottenere la bicicletta in questione.
Marinoni non può replicare, poiché è scomparso nel 1997, ma lo fece, in modo deciso, prima di morire. Marinoni affermò, tra l’altro, che i manoscritti originali erano ricoperti da una pellicola protettiva, che avrebbe reso impossibile qualunque tipo di intervento. Il mistero, com’è giusto che sia, resterà chissà per quanto tempo ancora.

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