S ono tanti i problemi che assillano il nostro tempo in questo momento e tra questi, dal punto di vista economico, uno è piuttosto subdolo, anche se palese e palpabile. Stiamo parlando dell’inflazione che se non galoppa di certo è ormai presente nel mondo occidentale, Usa in primis, e anche qui da noi, in Italia.  Di certo la pandemia da Covid ha dato un grosso aiuto a questa infezione dell’economia.
Si ha inflazione quando si registra un rincaro di ampia portata, che non si limita a singole voci di spesa. Questo significa che con un euro si possono acquistare oggi meno beni e servizi rispetto al passato. In altre parole, l’inflazione riduce il valore della moneta nel tempo. Nell’Unione Europea oggi serpeggia intorno al 5%, noi Italia abbiamo chiuso il 2021 sul 4%; non succedeva da circa 25 anni.  Niente di catastrofico, ma sufficiente a far aumentare il costo della vita.  Ma la tendenza va controllata giorno dopo giorno perché può riservare brutte sorprese.
Infatti l’inflazione, meglio l’iperinflazione, ha una storia ricca di esempi che rasentano l’incredibile e che in estrema sintesi cercheremo qui di raccontare. No, non è che con questo il vostro cronista cerchi di salire in cattedra come economista, no, è solo perché nelle sue collezioni ha i “pezzi” originali e autentici che sono testimoni di queste burrascose avventure monetarie..

L’inflazione più drammatica e spettacolare della storia è stata quella che colpì la Germania all’indomani del conflitto mondiale del 1915-1918, durante la Repubblica di Weimar.  A causa della guerra perduta il marco tedesco ebbe una svalutazione pazzesca. Nel periodo tra il 1919 ed il 1923, l’inflazione raggiunse il 662,6% annuo. Nel biennio tra 1921 e 1923 si scatenò la vera “iperinflazione di Weimar”. Durante la sua fase finale, nel novembre 1923, il marco valeva un bilionesimo [1/1.000.000.000.000] di quanto valesse nel 1914. Nel 1923 per spedire una lettera occorrevano decine di miliardi di marchi, nei ristoranti il conto raddoppiava nel corso del pasto, una libbra di burro (500 grammi) costava 3400 marchi in febbraio e 280 miliardi in novembre, tanto era galoppante l’inflazione.  Oltre 300 cartiere non facevano che produrre giorno e notte la carta moneta da stampare. E le cifre sulle banconote avevano cifre di milioni di bilioni (un bilione equivale a mille milioni).

Il dollaro, che anche allora era la moneta di riferimento mondiale, quotato 48 marchi nel 1919 era arrivato a 4.200 miliardi nel novembre del 1923.  La situazione era sempre più pazzesca e pertanto non poteva continuare a lungo. In pratica le banconote che uno si trovava per mano non erano altro che carta straccia. Infatti, il governo tedesco di Weimar decise di introdurre una nuova monetazione: al cambio di un nuovo marco contro mille miliardi di vecchi marchi.
Ma quello della Germania non è il solo caso, anche il “dopo” della seconda guerra mondiale terminata nel 1945 ha visto Paesi, specie dell’Est, vedi l’Ungheria, vittime di un’inflazione galoppante e costrette ad emettere banconote oltre ogni limite. Nell’ambito della riforma monetaria del 1º agosto 1946 un fiorino sostituì non meno di 400 quadriliardi di pengő (un 4 seguito da 29 zeri).

Nel novembre del 1944 la Grecia con una riforma monetaria creava la nuova dracma nel controvalore di una dracma nuova contro 50 miliardi di dracme vecchie. L’inflazione aveva portato la massa monetaria fuori controllo
Nella Repubblica Federale di Jugoslavia tra il 1992 e il 1994 il dinaro venne rivalutato ufficialmente per 3 volte, con rapporti di 1:10, 1:1.000.000 e di 1:1.000.000.000; infine venne introdotto il nuovo dinaro, ancorato al marco tedesco. Alla fine del 1993, in Serbia, un chilo di pancetta costava 20 bilioni di dinari.
L’economia di un Paese è possibile controllarla, a volte però per cause diverse ed eccezionali può scappare di mano ritrovandosi così un’iperinflazione e di conseguenza un aumento selvaggio della propria moneta, con picchi impressionanti e incredibili ma soprattutto disastrosi. Il meccanismo è semplice: se si emettono poche banconote manca ossigeno all’economia, se invece se ne fanno uscire tante la si strozza, si ha l’inflazione. Il problema, o uno di problemi, è che le cause e i rimedi non sono solo locali ma hanno origini internazionali.

Gianni Rigodanza è un giornalista e scrittore. Maestro del lavoro, Casellese dell’Anno, premio regionale di giornalismo; tra i fondatori, redattore e direttore di Cose Nostre per 32 anni. Finalista del 3°concorso letterario Marello. Autore di diversi libri di storia locale. Ha scritto per il Risveglio, Oltre e Canavèis.

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