Ci mancava il pazzo dittatore. E bravo Putin. Temevamo le intemperanze del leader coreano Kim Jong-un, con i suoi missili, e invece ecco improvvisamente che l’amico di Berlusconi cade in un delirio di onnipotenza.
All’ex KGB risponde il ”Grillo” ucraino e, se non si scannano ogni tanto, non stanno bene: la cosa va avanti da anni, e adesso sarà l’ennesimo susseguirsi di orrori.
Occorre ammazzarsi, creare dolore e distribuire morte altrimenti noi sapiens non siamo contenti: srotoliamo chilometri di filo spinato, scaviamo trincee, distruggiamo intere città e mandiamo al macello tutti, indistintamente.
Diamo una divisa ai riservisti e buttiamo pure loro nella disperazione.
Le immagini di giovanissimi e anziani, di donne, che mimano chissà quali mosse con un finto fucile per prepararsi alla lotta sono la rappresentazione della follia.
Eppure commemoriamo le giornate dell’olocausto, della liberazione, diciamo mai più una cosa simile, ma ci caschiamo regolarmente.
Le immagini sono sempre quelle, il fango sempre uguale, i giornalisti sempre col casco e la scritta Press, cambia solo la qualità delle immagini, la velocità nel divulgarle.
Questa volta percepiamo la minaccia molto vicina, anche se le guerre sono tutte uguali, forse perché siamo letteralmente circondati dal bombardamento mediatico. Ho letto che al mondo ci sarebbero più di ottocento conflitti con settanta paesi coinvolti.
Capita di non farci più caso: ricordo il telegiornale serale, da bambino che mostrava i B52 scaricare bombe in Vietnam, ed era un guardare distratto, era qualcosa di molto lontano, quasi non ci riguardasse.
Quindi, estirpato (o quasi) un virus, eccone un altro, solo che qui il vaccino non esisterà mai, tantomeno la cura; questa volta fa paura, fa più paura dei conflitti in tutta la tormentata Africa, in Asia, in Medio Oriente, addirittura della guerra dei Balcani, che pure era qui accanto.
Nelle dirette televisive, nei dibattiti che ne seguono, ormai gli specialisti dei conflitti, rispolverati dopo tanto tempo, hanno letteralmente spazzato via i virologi, ormai disoccupati.
Tranne forse Burioni, presenza di ogni domenica sera.
Comunque parlano sempre di qualcosa che uccide.
Ciò che mi reca disagio è l’attesa, anzi la speranza, da parte degli inviati, che il conflitto assuma quei connotati diciamo classici: quelli che vediamo in bianco e nero della seconda guerra mondiale.
Mi infastidiscono le loro facce quasi deluse perché la guerra non decolla in modo tale da poter permettere loro di discettare in merito al tanto atteso momento.
Altrimenti la maratona televisiva diventa una noia, e cosa ci sta a fare il generale in pensione davanti alle telecamere se non dice la sua sulla tattica del Cremlino e sulle armi utilizzate?
Presto la serie che va in onda su Focus canale 35 “Dittatori del Novecento” dovrà essere aggiornata. In fondo il materiale abbonda, e i criminali che mandano a morire gente che vorrebbe solo un po’ di pace tracimano sul pianeta.
Nella situazione attuale, le persone intervistate dai nostri inviati, vorrebbero solo coltivare il proprio orto, portare i bambini a scuola, lavorare; immagini di povertà anche senza guerra, in questa terra martoriata, esattamente come più di ottanta anni fa.
Tra i nostri inviati nel Donbass (alzi la mano chi conosceva il posto) c’è pure Piergiorgio Giacovazzo che eravamo abituati a vedere in sella a bici di ultima generazione e a moto superbe, nel TG2 motori domenicale.
Ci prepariamo ad un grande orrore, ma anche all’abitudine di ritrovarci a cena con bombe e razzi, e devastazioni. Un po’ com’è accaduto per la pandemia: la quotidiana conta dei morti era una “normalità”.
Bene: nella speranza di rivedere il buon Giacovazzo in sella ad una bici e non a Donetsk, cominciamo a riaffacciarci la sera ai balconi e ad esporre lo striscione con su scritto: andrà tutto bene.

Sono Luciano Simonetti, impiegato presso una azienda facente parte di un gruppo americano. Abito a Caselle Torinese e nacqui a Torino nel 1959. Adoro scrivere, pur non sapendolo fare, e ammiro con una punta di invidia coloro che hanno fatto della scrittura un mestiere. Lavoro a parte, nel tempo libero da impegni vari, amo inforcare la bici, camminare, almeno fin quando le articolazioni non mi fanno ricordare l’età. Ascolto molta musica, di tutti i generi, anche se la mia preferita è quella nata nel periodo ‘60, ’70, brodo primordiale di meraviglie immortali. Quando all’inizio del 2016 mi fu proposta la collaborazione con COSE NOSTRE, mi sono tremati i polsi: così ho iniziato a mettere per iscritto i miei piccoli pensieri. Scrivere è un esercizio che mi rilassa, una sorta di terapia per comunicare o semplicemente ricordare.

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