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giovedì, Aprile 18, 2024

    Le cinque giornate

    Dura cinque giorni; in realtà inizia già a Settembre e termina in primavera, complice il TG1, un tempo non “un telegiornale”, ma “il telegiornale”, diventato ormai una dépendance del Festival: da mesi ormai inizia con Sanremo, termina con Sanremo, a metà c’è ancora Sanremo e, se ci fate caso, conclude con l’ormai onnipresente Taylor Swift, cantante, americana, per la quale (pare) la Direzione del TG abbia una spiccata simpatia, chissà perché.
    Amadeus e Fiorello insomma hanno occupato, e occuperanno ancora, la metà del tempo di un notiziario ormai simile a EVA 3000 o a un programma di Alfonso Signorini.
    I conduttori danno spesso l’impressione di provare una qual certa insofferenza nell’enunciare i drammi tra Israele e Gaza, tra Russia e Ucraina, le quotidiane violenze nostrane, salvo poi ritrovare il sorriso non appena parte il collegamento col balconcino dell’Ariston.
    Poi la manifestazione inizia: certo c’è il telecomando, l’interruttore on off, ma ne siamo letteralmente circondati: mi sono chiesto il perché di questa sospensione dal mondo reale, ma non ho trovato risposta se non il “panem et circenses” di antica memoria.
    Forse poche volte come quest’anno il Festival ha smosso e scosso tutto e tutti: politici, filosofi, pensatori, armocromisti, patrizi e plebei, ricchi e poveri. Questi ultimi ormai rinati e sgargianti come non mai.
    Amadeus nel congedarsi ha persino invitato (scongelato), in un gesto che ha del misericordioso, i Jalisse, che hanno passato la loro esistenza a grattare quell’uscio così come fanno i miei mici quando vogliono rientrare in casa. E si sono pure esibiti col loro successo del 1997, ma alle due di notte. Che dire, forse in molti dormivano già, ma piuttosto di niente… e si sono pure guadagnati una comparsata a “Porta a Porta” col Vespone, sempre in tarda nottata.
    Per il resto: botte da orbi, tante, e polemiche, maldicenze, pianti, interventi dall’alto e dal basso, che come l’onda dello tsunami del 2004 hanno travolto qualsivoglia italica attività. Certo le acque stanno lentamente tornando nel proprio alveo ma i lividi e le ferite stentano a guarire.
    Dalle scuderie di Amici della Maria De Filippi, X Factor e tutti i talent possibili di ultima generazione si è riversata l’ondata (su di un palco inspiegabilmente privo di fiori) di tutta l’ultima generazione di rapper e non solo, ognuno impegnato a lanciare un messaggio, una indicazione, una via al termine dell’esibizione, mettendo poi in risalto quanto ognuno di loro abbia sofferto problemi che manco uno psicologo, in una intera carriera professionale, potrà mai ascoltare.
    E i social ? Un campo di battaglia sconfinato, senza esclusione di colpi, senza pietà, senza prigionieri, hanno visto scorrere parole e sangue sulla gonna di Mengoni, i pantaloni ignifughi di Mahmood, il look di Big Mama, le creste di quei poveretti de La Sad.
    Ce le siamo date di santa ragione, accusando e difendendo: non lo facevamo più dai bei tempi dei derby negli anni ’70.
    Aggiungiamo anche le censure, non così punitive come quelle che Vladimiro impone ai suoi sudditi, ma comunque un bavaglio: zia Mara è apparsa irremovibile con Dargen D’Amico, bloccato appena si è spinto su cose che non fossero solo canzonette, ed è stata lei stessa strumento dell’amministratore delegato RAI nel leggere il comunicato tipo Televisione Centrale Coreana; e via tutti a dissociarsi, a scansarsi pure dalle scarpe di John Travolta che tornato a casa viene preso in giro pure all’assemblea di condominio.
    Insomma qualcosa da far impallidire il 1848.
    Addentrandoci nei meandri di alcuni testi si evince quanto la nostra lingua sia mutata: dato acclarato pure dall’Accademia della Crusca ma è altrettanto chiaro quanto alcuni (non faccio nomi) necessitino di un buon logopedista. Testi che emozionano quanto leggere gli effetti collaterali nella scatola del Lexotan.
    Convengo sul fatto che cambiar canale metterebbe in pace lo spirito, anche di coloro che “non lo guardo mai” ma descrivono l’abito della Angelina Mango o di Annalisa nei minimi particolari. Infine, ammettiamolo, è un carrozzone che raccoglie tutto e sul quale tutti vogliono salire per avere quella momentanea visibilità che altrimenti non avrebbero, nel bene e nel male.
    Dimenticavo: hanno pure cantato.

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    Luciano Simonetti
    Luciano Simonetti
    Sono Luciano Simonetti, impiegato presso una azienda facente parte di un gruppo americano. Abito a Caselle Torinese e nacqui a Torino nel 1959. Adoro scrivere, pur non sapendolo fare, e ammiro con una punta di invidia coloro che hanno fatto della scrittura un mestiere. Lavoro a parte, nel tempo libero da impegni vari, amo inforcare la bici, camminare, almeno fin quando le articolazioni non mi fanno ricordare l’età. Ascolto molta musica, di tutti i generi, anche se la mia preferita è quella nata nel periodo ‘60, ’70, brodo primordiale di meraviglie immortali. Quando all’inizio del 2016 mi fu proposta la collaborazione con COSE NOSTRE, mi sono tremati i polsi: così ho iniziato a mettere per iscritto i miei piccoli pensieri. Scrivere è un esercizio che mi rilassa, una sorta di terapia per comunicare o semplicemente ricordare.

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