Lities è un borgo caratteristico delle nostre montagne, a pochi chilometri da  Cantoira, situato a 1143 metri d’altezza, un paesaggio da cartolina incastonato tra severe montagne, meta di escursionisti ed amanti dell’arrampicata. Ma Lities  è molto di più: non è solo un luogo di  pace e tranquillità , è  anche un esempio  di  vitalità e intraprendenza. Un pugno di case ed il cuore di tante persone che, insieme, in un intreccio di idee e di braccia, ha saputo creare una comunità viva e operosa.
Fabio Chiabodo, classe 1990, presidente dell’”Associazione Amici di Lities” racconta: -Il  legame verso questo borgo mi è stato tramandato dalla mia famiglia: mio padre e mio zio sono nati e cresciuti qui e tutt’ora, mio zio Giacomo, rimane uno dei due residenti rimasti. Fin da bambino io e i miei fratelli trascorrevamo intere giornate tra le “chintane” del borgo, facendo a gara a chi riusciva a raggiungere per primo la cima del masso ancora presente accanto alla Cappella della Madonna del Crest. Ed è proprio dalla nostra giovane età che ci siamo avvicinati alla spensieratezza che emanava una festa, quella del 16 agosto, da sempre  una giornata di ritrovo ed amicizia, istituita da diversi abitanti del borgo, che si svolgeva tra la distribuzione di un buon piatto di polenta ed una partita a bocce. Con il passare degli anni le redini della festa dell’amicizia sono passate a noi, la nuova generazione della famiglia. Tuttavia, vedendo sempre di più il borgo svuotarsi, la voglia di riscatto è diventata sempre più forte. Ci siamo rimboccati le maniche e, nel 2017, abbiamo dato vita all’”Associazione Amici di Lities” con il solo obiettivo di far rinascere il nostro borgo: il 6 ottobre 2019 si è aggiunto un progetto in continua evoluzione: “#Lities: il borgo racconta, che è riuscito a mettere insieme  il sapere e i ricordi dei nostri soci veterani con la tecnologia e l’innovazione delle menti dei più giovani. Tramite bacheche presenti lungo le tre borgate di Lities, con la sola scannerizzazione di un Qr-code, è possibile far riecheggiare le voci di chi ha realmente vissuto in quelle case, dando la possibilità ai visitatori di assaporare i tempi che furono con racconti sulla “fisica” dei preti, sulle feste di un tempo, sui vecchi giochi dei bambini e sulla dura vita negli alpeggi di montagna. Non volevamo che il loro patrimonio di ricordi e di  sapere andasse perso e per questo abbiamo creato il Museo diffuso, visitabile in autonomia o organizzando con l’associazione piccoli tour guidati, e la Casa Museo Tounin dou Rouset, museo in pianta stabile, realizzato nella borgata Martinin. Vedere nei weekend, case rimaste chiuse per molto tempo finalmente aperte, famiglie passeggiare tra le chintane del borgo, è fonte di orgoglio ed è il motore che ci spinge a non fermarci e a migliorarci sempre più. “
È un altro giovane, Bruno Genotti, 26 anni, figlio di queste montagne e promettente regista,  con alle spalle un diploma in cinematografia presso la Scuola Holden di Torino e prestigiosi premi internazionali, a mettere a disposizione il proprio talento e la propria disponibilità : – Quando Fabio mi ha presentato l’idea del Museo diffuso, ho intravisto immediatamente il potenziale del progetto: un’idea all’avanguardia, una novità indiscussa a livello locale ed  un’opportunità incredibile per raccogliere testimonianze e spaccati di vita di un tempo, rendendoli indelebili e pubblici per sempre. In questo consiste la progettazione multimediale del museo diffuso di Lities: creare una lunga e scorrevole chiacchierata interattiva sul passato con gli abitanti del posto, ma senza smettere di guardare al futuro; tutto a portata di Smartphone. Sono iniziate così le riprese e il passato ha incominciato a rivivere attraverso le parole, i visi e i luoghi dei tanti testimoni. Un momento di grande fermento e di grande emozione.”
E poi c’è chi di questo passato è artefice e parte integrante come  Maddalena Perotto, per tutti Nina: – Sono nata a Lities nel 1929, Sono sempre vissuta qui fino al 1963 quando mi sono sposata. Con la nascita dei tre figli si andava a Lities con le mucche dalla primavera a inizio inverno. La vita a era molto semplice. Si aveva solo un paio di zoccoli e neanche vestiti per cambiarci. Già fin da piccoli ci insegnavano a lavorare. Le donne, nelle sere d’inverno al chiaro di una lanterna, insegnavano a filare, rammendare, fare le calze di lana. Gli uomini, sempre nella stalla, che era il locale più caldo, facevano ceste di vimini o scope con rami di betulla. In autunno si andava a raccogliere legna, che 80 anni fa quasi non si trovava, perché tutti si riscaldavano così. Erano preziose anche le radici (i “suc”), che si mettevano la sera nel camino coprendole con la cenere, in modo che si conservasse la brace fino al mattino dopo. Nelle belle giornate si andava a rastrellare le foglie per i nostri letti (si cambiavano una volta l’anno). Quando arrivava la primavera si pulivano i prati e si piantavano le patate e poi in autunno si seminava la segale. Finito il fieno a Lities si saliva al Lavassè, dove c’erano prati molto ripidi. Mi ricordo la festa di San Giovanni Evangelista il 27 dicembre, che per Lities era una festa molto sentita. Si ballava nella stalla di Tounin dou Rousèt già  la sera prima, poi il 27 si andava alla messa e si continuava la giornata cantando e festeggiando. Per la festa del Madonna del Crest, a fine maggio, si accendeva perfino il falò. Ho aiutato anche io a portare le pietre per fare le aiuole che c’erano vicino alla chiesa e fare lo scavo per intubare l’acqua della fontana. Negli Anni 60 arrivò nella borgata un telefono a uso pubblico e, nel 1967, dopo 10 anni di lavoro, la strada carrozzabile. Per ogni necessità si scendeva a piedi per la mulattiera: facevano così anche il medico e in seguito anche il parroco e le maestre. Per trasportare i carichi più pesanti si utilizzava una teleferica posizionata in località Martinin. Tutti avevano le mucche e anche le capre per avere il latte e il formaggio che, con le patate, la polenta e la castagne, erano il nostro cibo quotidiano. Ora, quando torno a Lities mi piange il cuore a pensare agli anni che ho trascorso lì, alla povertà e alla fatica, alle tante persone che ho conosciuto e che ora non ci sono più. –
Grazie all’amore di una piccola comunità le parole di Nina, insieme ai tanti tasselli del passato di questo luogo continueranno ad alimentare la memoria di una collettività che continua a sognare.
“Io ce l’avevo nella memoria tutto quanto, ero io stesso il mio paese: bastava che chiudessi gli occhi e mi raccogliessi…per sentire che il mio sangue, le mie ossa, il mio respiro, tutto era fatto di quella sostanza e oltre  me e quella terra non esisteva nulla” (Cesare Pavese)

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