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Sono passati poco più di tre mesi dall’inattesa e improvvisa scomparsa di Franz Haas, stroncato da un infarto a 68 anni lo scorso 13 febbraio mentre era a bordo di una seggiovia durante una gita nelle montagne attorno a Bolzano.
L’Alto Adige e l’intera viticoltura italiana hanno perso non solo un vignaiolo precursore e visionario; con Franziskus Haas VII (settima generazione di una dinastia del vino che tramanda il nome proprio a ogni discendente maschio cosicché la cantina non perda mai l’identità del suo mito fondativo risalente al 1880) se n’è andato un autentico scienziato dell’uva, un ricercatore del tannino che ha dedicato l’intera vita professionale (e anche buona parte di quella privata) allo studio di un vitigno in particolare, probabilmente il più complesso e nobile di tutti: il Pinot Nero.
Non esiste in Italia un altro vignaiolo che abbia così tanto insistito sullo studio (leopardianamente “matto et disperatissimo”) di questo vitigno difficilissimo e delicato: 592 le versioni da lui vinificate nel corso degli anni, un numero che da solo fa tremare le vene ai polsi e che assume caratteristiche ancora più formidabili se si pensa che tale dedizione non ha riguardato solamente le annate – 36 quelle portate a termine durante l’attività aziendale – ma anche un insieme impressionante di sperimentazioni spesso ardite, talvolta inconcludenti, quasi sempre illuminanti e seminali per il resto del mondo enologico. Affinamenti differenti, molteplici stili di vinificazione, combinazioni di cloni varietali alternate a estratti in purezza realizzati e approcciati come fossero ritratti monografici, per tacere delle altitudini vieppiù proibitive alle quali aveva cominciato a piantare le proprie vigne (55 ettari sparsi tra i comuni di Egna, Montagna e Aldino, tra i 240 e i 1150 metri s.l.m.), sia per testare i comportamenti delle piante sottoposte agli attuali cambiamenti climatici – 30 anni fa solo l’ipotesi di produrre Pinot Nero Alto Atesino di altura avrebbe fatto mettere a chiunque la mano al telefono per chiamare la Neuro – sia per racchiudere nella bottiglia le diverse caratteristiche dei suoli che si finivano poi col ritrovare nel bicchiere, quei suoli di calcare, sabbia porfirica e argilla che regalano al Pinot Nero di Franz Haas freschezza, acidità, profumo, corpo e struttura di norma impossibili da ritrovare tutti insieme in un rosso di montagna da vitigno internazionale (altra cosa sono le uve rosse autoctone, di cui il Trentino è relativamente povero – Schiava e Lagrein, stop – a differenza della Valle d’Aosta).
L’indole sperimentatrice ed empirica di Franz VII non si esauriva solo nella vite e nell’uva ma sconfinava anche semioticamente dal suo significato (il vino) al significante (la bottiglia, o per meglio dire: il tappo). Non nego che la prima volta in cui nella saletta degustazione dell’azienda (oggi totalmente rinnovata e ingigantita) mi sono trovato davanti agli occhi il listino prezzi che inaugurava la doppia proposta “tappo in sughero” e “tappo Stelvin” (l’amato/odiato tappo a vite tanto caro ai consumatori del nord Europa) ho avuto un piccolo sussulto. Ovviamente aveva ragione lui.
Non si trattava né di un capriccio anticonformista “pour epatèr les bourgeois” né di una strizzatina d’occhio commerciale al fortissimo mercato dell’export americano e nordico. Quando nel 2018 Franz annunciò pubblicamente che dopo vari esperimenti e ricerche sulla tenuta del tappo a vite anche in termini di invecchiamento del vino avrebbe convertito la sua intera produzione (Grandi Riserve comprese) alla sigillatura Stelvin stava di fatto ponendo le basi perché finalmente il mondo enologico potesse disporre di una letteratura “scientifica” sull’alternativa al sughero tanto vilipesa e ritenuta dozzinale.
Il Pinot Nero di ingresso è quello che lui chiamava “bianco tra i rossi”, vino adatto perfino ai piatti di pesce delicato che dopo la vinificazione in vasche aperte passa prima un anno in barrique e poi qualche mese in bottiglia. La piramide si conclude al vertice con la Riserva Schweizer (sul mercato ora con l’annata 2017) che stupisce per la complessità e la finezza accordate alla sua relativa giovinezza.
Nell’apoteosi del Pinot rischiano di passare in secondo piano le etichette dei bianchi, tutte allo stesso modo sbalorditive: dal pluripremiato “Manna” (nel nome l’omaggio alla moglie), al Petit Manseng al Gold Muskateller, per tacere del suo Moscato Rosa dell’Alto Adige (verosimilmente il più grande vino dolce da cioccolato oggi prodotto in Italia) fino all’ultimo esperimento con il Metodo Classico Pas Dosè da Pinot Nero in purezza, affinato 6 mesi in acciaio e poi messo in bottiglia a sostare sui lieviti per almeno 4 anni.
Il testimone è adesso passato di mano ai figli Sofia e Franz VIII, il cui compito – ingrato e bellissimo – sarà quello di rafforzare ulteriormente la serietà, la passione e la dedizione con cui il papà ha portato avanti l’azienda e le sue vigne in un equilibrio quasi miracoloso di onestà intellettuale e tensione perfezionista. Prosit, Franz.

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