Dicevano che era una guerra lampo, ed invece…

Come aiutare le persone che stanno subendo una guerra? Una prima modalità è chiamata “outreaching” e significa che si va direttamente da loro: è l’insieme delle procedure per entrare in contatto con le vittime senza aspettare che siano loro a bussare alla nostra porta. Le persone che aiutano devono però essere preparate psicologicamente perché se non si fa attenzione si può sviluppare quello che si chiama “trauma vicario”, ovvero rimanere sconvolti tanto quanto si fosse vissuto direttamente l’evento. Vi faccio un esempio. Appena scoppiata la guerra, i profughi sono stati accolti in Polonia, ospitati in centri sportivi, oppure presso famiglie. Sono stati necessari interpreti, mediatori culturali, e molti altri tipi di operatori si sono attivati. Anche gli psicologi si sono spostati e sono andati in Polonia per aiutare. I profughi sconvolti hanno raccontato le atrocità subite. Se un interprete non è supportato dal punto di vista psicologico, potrebbe a sua volta essere traumatizzato da questi racconti, e iniziare a sviluppare sintomi di ansia caratteristici delle persone traumatizzate. Gli interpreti sono la voce dei profughi e devono essere aiutati. Anche le famiglie ospitanti, gli operatori, noi stessi, comuni cittadini, siamo traumatizzati dalle continue immagini che vediamo in televisione o attraverso internet e non sempre abbiamo la forza di sostenerle.

Quando i profughi sono tanti, non è possibile aiutarli tutti assieme psicologicamente ma si stabiliscono dei criteri a tre livelli. Se i sintomi sono lievi, il trattamento psicologico è differibile (semaforo verde), se i sintomi sono intermedi necessitano di trattamento farmacologico e si tiene un periodo di osservazione (semaforo giallo), ma se le persone hanno sintomi gravi vanno trattati immediatamente sia dal punto di vista farmacologico che con trattamento psicologico (semaforo rosso).

Dopo la prima fase di aiuto sul posto, ora l’Europa si sta attrezzando per accogliere i profughi. Ogni piccolo comune d’Italia, ogni associazione, sta facendo del suo meglio per affrontare l’emergenza. Se qualcuno è in procinto di ospitarne, qui di seguito ecco alcuni utili consigli.

Se possibile, date loro una stanza separata così che possano avere la propria privacy. Durante i primi giorni, soddisfare le loro necessità di base sarà cruciale: cibo, bevande, sonno, igiene, silenzio e pace. Chiedete cosa preferiscono: tè o caffè, il cibo preferito, se hanno particolari limitazioni alimentari. Parlate brevemente, ma chiaramente, di cosa potete offrire, di termini e condizioni per la permanenza. Rassicurateli che possono riposare per qualche giorno, e prendersi il tempo per pensare a cosa fare poi. Date loro le password di accesso alla rete Wi-Fi di casa, o aiutateli a ottenere un numero di telefono locale così che possano comunicare con i propri cari. Per comunicare, usate il traduttore vocale sul vostro cellulare. Col tempo, potete offrire loro l’opportunità di cucinare i loro cibi preferiti per tutti (anche per la famiglia ospitante), o permettete loro di partecipare alle attività domestiche quotidiane. Potrebbero apprezzare la possibilità di rendere il favore che fate loro ospitandoli, anche in piccola parte. Siate sensibili agli stati emotivi dei vostri ospiti. Le reazioni a eventi traumatici possono essere molto diverse, alcune persone possono entrare in uno stato di congelamento e non vogliono parlare della propria esperienza. Altri, una volta al sicuro, lasciano andare le emozioni: piangono molto, sono tristi, provano paura o rabbia. Possono anche parlare molto di quanto è accaduto. La cosa più importante che potete fare è ascoltare i vostri ospiti, offrire la vostra presenza. Non chiedete dettagli delle loro esperienze traumatiche. Piuttosto fate domande sul contesto generale: chi sono i loro cari, che lavoro facevano prima… La pietà non aiuta, aiutano compassione e buona volontà.

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