Sto scrivendo questo articolo in una giornata di caldo torrido. I giornali informano in modo allarmante della siccità e mostrano immagini di fiumi in secca, laghi svuotati, campi aridi e di paesi in cui si è costretti a razionare l’acqua. L’estate 2022 pare essere l’estate più calda e più secca da quando si ha avuto la capacità di misurare e registrare i dati ambientali con precisione.

Il cambiamento climatico ormai è innegabile, l’ambiente soffre e questo ha conseguenze anche sulla salute mentale delle persone. Le ricadute degli eventi naturali sulla psiche sono un fatto noto: disturbi del sonno, ansia, depressione sono i sintomi che possiamo sperimentare al cambio di stagione o di clima atmosferico. Si conosce da tempo l’impatto degli eventi meteorologici sul nostro umore, tanto che comunemente alcune persone si definiscono “meteoropatiche”, ma si sa ancora poco delle conseguenze emotive del cambiamento climatico in atto.

Sta nascendo una nuova sindrome, chiamata eco-ansia, diffusa soprattutto tra i giovani, angosciati dalla prospettiva di calamità ambientali: è una preoccupazione ben diversa dall’influenza sull’umore del brutto tempo.

L’eco-ansia è l’ansia generata dalla consapevolezza dei cambiamenti ambientali. Nella fascia di età under 25 soprattutto, questo tipo di preoccupazione trova terreno fertile. Uno studio recente dimostra che il 59%, ovvero più della metà dei giovani tra i 16 e i 25 anni, si dice estremamente preoccupato e stressato per via dei cambiamenti climatici e delle risposte inadeguate date per ora dai governi. Questi dati sono ampiamente dimostrati dal fatto che il movimento globale “Fridays for future” in Italia e nel mondo è quasi esclusivamente portato avanti dai giovani e dai giovanissimi. Greta Thunberg, attivista del movimento, ha avuto una depressione durata alcuni anni e causata dalla grande preoccupazione per la sofferenza ambientale. Posso testimoniare che mia figlia, di soli otto anni, mi fa spesso domande su questa situazione di siccità e mi chiede se ci estingueremo, mi racconta che le sue amiche del centro estivo, sue coetanee, sono molto impensierite per la carenza d’acqua. I giovani sono i più preoccupati per i cambiamenti climatici, ma l’apprensione è presente anche negli adulti. Tutti quanti patiamo se ci sentiamo a rischio di perdere la zona di confort. L’essere umano sta perdendo la sua capacità di adattamento? Ci stiamo abituando a modificare l’ambiente per renderlo più accogliente, mentre dovremmo adattarci noi all’ambiente. Un semplice esempio potrebbe essere il seguente: quando entriamo nell’auto e abbiamo caldo, cosa facciamo? Accendiamo l’aria condizionata e raffreddiamo l’aria a nostro gradimento, anziché adattarci noi alla situazione di caldo. I cambiamenti climatici ci sono sempre stati, sono un processo graduale e la specie umana ha trovato continuamente un modo di sopravvivere, al contrario di altre specie che non sono riuscite ad adattarsi e si sono estinte. Già in epoche storiche passate è stata dimostrata l’esistenza di periodi di siccità durati molti decenni, e gli uomini di allora vi hanno fatto fronte con i mezzi che avevano un tempo, tra cui ondate migratorie, al fine di cercare terre che garantivano maggiori probabilità di sopravvivenza. Mi riferisco a società di migliaia di anni fa, ma ora se si vive in una zona dove inizia ad esserci siccità decidere di cambiare abitazione e recarsi in un luogo con un clima migliore potrebbe essere più complicato rispetto ad allora.

Per anni in psicologia si è parlato del concetto di resilienza, ovvero la capacità umana di adattarsi ai fattori stressanti, ma per quel che riguarda i cambiamenti climatici questo concetto non sembra essere adatto, infatti ora serve la capacità di evolversi e riadattarsi ad un ambiente che sta mutando: non si tratta di un periodo di stress ma di un cambiamento lento e graduale nel tempo.

Alcuni psicologi suggeriscono che la cosa migliore da fare è re imparare a convivere con l’incertezza. L’uomo si era illuso di poter controllare ogni cosa ma l’arrivo del Coronavirus ci ha insegnato che è impossibile sapere cosa ci riserverà il futuro. In fin dei conti abbiamo delle risorse che ci permettono di reagire agli imprevisti, chiamiamo queste risorse robustezza, pro attività resistenza… per far fronte ai problemi, a mano a mano che arrivano.

Cosa potrebbe fare la scuola per educare i giovani a resistere e ad affrontare l’eco-ansia? Alcuni pensano che bisognerebbe metterli in situazioni impreviste, come le interrogazioni a sorpresa di un tempo, anziché le ormai diffuse interrogazioni programmate o verifiche preannunciate con anticipo per permettere a tutti di arrivare preparati. Bisognerebbe ricordare loro che l’uomo è partito dalle caverne e con ansie, stress e depressioni è arrivato al giorno d’oggi. Evolversi vuol dire riuscire a vedere oltre l’ostacolo: chi evolve cambia sé stesso, non pretende che sia l’esterno a cambiare.

Per maggiori informazioni www.psicoborgaro.it

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