I Fenici sono stati un popolo che vivevano lungo la costa dell’attuale Libano a partire dal XII secolo a.C. Non seppero mai fondare una vera e propria entità territoriale unitaria ma si consideravano abitanti di citta-stato autonome. La loro presenza nel Mediterraneo si era imposta in concomitanza dell’indebolimento della potenza egizia e degli imperi Ittita e dei Micenei. La propulsione fenicia a ricercare nuove terre si fondava più su un’esigenza commerciale che sulla conquista di nuovi possedimenti. Più che di territori, i Fenici erano alla ricerca di nuovi mercati e più che di fondare colonie, si prodigavano a istituire empori. Solitamente una volta trovato un approdo sicuro per le loro navi, i Fenici lo trasformavano in un punto di scambio permanente. Così nacque Cartagine, la cui leggenda la fece risalire a Didone, regina di Tiro scacciata dal fratello. Le città originarie fenicie di Arado, Biblo, Berito, Sidone e di Tiro riuscirono perciò a estendere un’articolata rete di rotte marittime spingendosi fino alle Isole Britanniche. Sono state ritrovate anche delle iscrizioni fenicie redatte in alfabeto lineare, un sistema di scrittura conosciuto in tutto il bacino del Mediterraneo. Nonostante ciò i Fenici ci hanno lasciato pochissime testimonianze scritte e tutto quello che conosciamo sul loro conto lo dobbiamo ai racconti dei popoli con i quali commerciavano, nello specifico agli egizi, ai greci e ai romani.

I Fenici erano marinai coraggiosi, abili nell’arte della navigazione e astuti mercanti. Questo era dovuto al fatto che risiedevano in una sottile striscia di terra ricca di legname ma circondata da una parte dal mare e dalla parte opposta dai monti. Ai cantieri navali di Tiro e Sidone si fa risalire l’invenzione della trireme, la potente nave da guerra usata da molti popoli dell’antichità. Plinio il Vecchio scrisse che i Fenici avevano inventato la navigazione e imparato l’astronomia dai Caldei impiegandola per tracciare le rotte in mare. La Stella Polare era conosciuta come Stella fenicia. Le navi fenicie erano innovative e venivano realizzate con assi ricavate dal legno di cedro unite non più con legami di corda ma mediante zeppe di legno, procedimento che prese appunto il nome di assemblaggio punico (poenicanum coagmentum). Gli interstizi tra le varie assi venivano sigillati con stoppa o bitume. La forma a vasca delle imbarcazioni permetteva la navigazione in mare aperto e veniva chiamata gauloi, termine dal quale potrebbero derivare goletta e galeone. Erano lunghe dai venti ai trenta metri e venivano mosse da una vela a forma quadrata e da un grande remo (timone) posto lateralmente a poppa. Di norma le navi onerarie disponevano di un equipaggio di una ventina di marinai.

Le merci che commerciavano erano soprattutto beni di lusso e oggetti ricercati: metalli preziosi, manufatti che testimoniavano una tecnica di lavorazione artigianale sopraffina, vetro e soprattutto la porpora con la quale si tingevano le stoffe. Sempre Plinio il Vecchio ci racconta come a Tiro nei giorni in cui si estraeva la porpora dalle conchiglie l’aria diventava irrespirabile e in più siti archeologici sono state rinvenute enormi vasche nelle quali venivano gettati i molluschi e montagne di gusci rotti. Quel colore rosso era unico e rappresentava un simbolo di potere sia civile sia religioso tanto che in epoca bizantina Teodosio II giunse a vietarne l’uso a ogni persona.

Così come le città fenicie non si fusero mai in un unico impero anche le divinità non rappresentarono mai un pantheon unitario ma venivano adorate a livello di comunità locale. Sappiamo che ogni città venerava una coppia divina, la raffigurazione femminile più diffusa era quella della dea Tanit, chiamata Madre, Signora, oppure Volto di Baal per indicare il suo stretto rapporto con il dio Baal-Hammon.

La scomparsa dei Fenici, così come la loro apparizione, può essere considerata un paradosso. I loro punti di forza, la navigazione e la capacità commerciale, li spinsero al conflitto con la nascente potenza greca. La definitiva sconfitta avvenne con la resa ad Alessandro Magno delle città fenicie una dopo l’altra, Biblo, Sidone e infine Tiro nel 332 a.C. L’eredità dei Fenici fu raccolta da Cartagine che insieme a Roma divenne la protagonista di una delle più celebri rivalità della storia antica.

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