La marcia su Roma del 28 ottobre 1922 si è collocata in un contesto storico nel quale lo Stato liberare stava manifestando una profonda crisi accelerata dalle ripercussioni economiche e sociali del primo conflitto mondiale. Nel dopoguerra in Italia, nonostante la vittoria, i problemi erano più gravi che in altri Paesi. Il processo di democratizzazione della società era appena cominciato con l’entrata in vigore del suffragio universale maschile nel 1913 e la vecchia classe liberale, ritenuta responsabile della partecipazione italiana alla guerra, non era riuscita a rapportarsi con le masse dei cittadini. Il panorama politico vide la nascita di nuove forze in grado di dialogare e mobilitare le masse. Nel gennaio 1919 i cattolici si organizzarono nel Partito popolare italiano (PPI); nel marzo 1919 si formarono i Fasci italiani di combattimento dall’unione di socialisti, sindacalisti, reduci e da intellettuali futuristi e nel gennaio 1921 venne fondato il Partito Comunista d’Italia separandosi dall’ala di sinistra del Partito Socialista.
A livello sociale il paese era in forte subbuglio, perennemente sull’orlo di una guerra civile, con continui scioperi, occupazioni di fabbriche e terre, manifestazioni contro il carovita (il prezzo del grano era aumentato a dismisura) tanto da definire il periodo compreso fra il 1919 e il 1920 come “biennio rosso”. I governi si rivelarono deboli e non in grado di affrontare l’emergenza. Nelle ennesime elezioni, quelle del maggio 1921, i candidati fascisti entrarono in liste capeggiate da conservatori, da liberali e dai democratici con la speranza di arginare il successo dei partiti di massa. I risultati registrarono 35 deputati fascisti in parlamento, tra cui Mussolini. La funzione antisocialista dello squadrismo si manifestava nell’assalto alle sedi delle leghe e delle camere del lavoro con spesso l’avallo delle autorità locali. Con il nuovo leader del governo, l’ex socialista Bonomi, fu firmato dalle due parti in causa il patto di pacificazione che avrebbe esaurito la funzione antisocialista del fascismo, estromettendolo dal governare. Fu in quel periodo, nel novembre 1921, che Mussolini decise di trasformare il movimento in partito, fondando il PNF (partito nazionale fascista), con l’intento di darne un’organizzazione interna, di prendere le distanze (almeno di facciata) con le frange estreme e soprattutto di collocarsi entro i meccanismi ufficiali della politica.
La decisione sulla marcia fu presa a Roma il 24 settembre 1922 in via Montedoro 28 nella storica sede del Sindacato Italiano delle Cooperative. Undici i fascisti presenti, tra i quali Mussolini, Bianchi, Costanzo Ciano, Italo Balbo e De Vecchi discussero l’idea di un grande evento dimostrativo da tenersi nella Capitale in grado di scuotere il fragile governo. Quasi un mese dopo, il 23 ottobre a Napoli davanti a 40.000 fascisti Mussolini chiese lo scioglimento del parlamento e una nuova legge elettorale di stampo proporzionale. Il giorno seguente in Piazza del Pleibiscito pronunciò anche la storica frase “O ci daranno il governo, o lo prenderemo calando a Roma”.
La mattina del 27 ottobre il quadrumvirato fascista composto da Mussolini, Balbo, De Bono e De Vecchi diffondeva il comunicato di riunirsi tutti a Roma. Luigi Facta, l’allora capo del governo, ordinò la mobilitazione di circa 28.000 soldati per fermare l’ingresso in città di 10.000 fascisti e istituì lo stato d’assedio che però aveva bisogno della firma del re, Vittorio Emanuale III, il quale alla fine si rifiutò preferendo l’arma della trattativa allo scontro. Facta non poté che dimettersi e il sovrano dopo le consultazioni fornì a Salandra l’incarico di formare un nuovo governo a partecipazione fascista. Mussolini rifiutò la leadership di Salandra e il re spiazzato non fece altro che assegnare l’incarico di formare un governo di coalizione allo stesso Mussolini. Il 16 novembre 1922 il governo Mussolini ottenne la fiducia e venne composto da giolittiani, nazionalisti, liberali, popolari, democratici ma presentava solo tre ministri fascisti tra i più moderati. Buona parte delle forze politiche liberali consideravano il fascismo come un fenomeno transitorio mentre i partiti di sinistra giudicavano il governo fascista pur sempre un governo borghese. Pochi compresero invece che ciò segnava l’epilogo definitivo dello stato liberale.
Nella Breve Storia del Fascismo, Alexander J. De Grand scrisse che la marcia su Roma “fu un’esercitazione di guerriglia psicologica, un gioco politico d’azzardo, con una posta altissima, in cui ciascun giocatore cercò di spaventare gli avversari bluffando”.

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