Buon viaggio

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Gli spot più raffinati e coinvolgenti credo siano quelli che pubblicizzano le autovetture: donne e uomini con una fisicità inarrivabile, merito dell’ultimo modello del brand coreano, tedesco, francese.
Lui, o lei, arrivano con l’ultima nata completamente elettrica su di una splendida spiaggia, o all’ultimo tornante sulla Marmolada, o, quella che preferisco, su di una scogliera a strapiombo con sotto un mare che manco in uno tsunami, e lì ad aspettarli, una colonnina per la ricarica, magari una fast charge, così la sosta potrà essere più breve.
Intorno il nulla, nemmeno un kebabbaro, una insegna luminosa.
Le colonnine sorgono là dove nemmeno un vichingo si avventurerebbe o dove nemmeno Annibale avrebbe osato.
Ammiro con quanta sicurezza la spina entri con facilità nella sede preposta, senza indugio alcuno da parte della splendida signora o dell’aitante manager.
È il nuovo corso, al quale, pare, dovremo adattarci, non senza difficoltà.
In questo momento storico, immersi nella più tremenda tempesta perfetta dovuta alle guerre, alla pandemia, all’economia in rovina, alla mancanza di piogge, alla siccità, a un calo di valori e moralità con esplosioni di violenza ovunque, il mondo tutto cerca di rimediare a decine di anni di “chissenefrega”: pare un formicaio impazzito alla ricerca disperata di nuove risorse dal punto di vista energetico e alimentare.
Tutte le date previste per diminuire l’inquinamento e cercare di rimediare al disastro già annunciato da anni ma sempre snobbato, sono ormai semplici dichiarazioni in un cassetto, tranne quella decisa dal Parlamento Europeo per lo stop definitivo ai motori benzina e diesel: il 2035. Una genialata.
Da qui l’auto elettrica con la bionda spumeggiante e il manager in doppiopetto.
Prima di proseguire: cosa ci fanno due così combinati sulla scogliera a strapiombo sul mare? Da soli. Il rito della ricarica ha una propria sacralità; lo sa anche il cielo, sempre grigio e minaccioso negli spot.
Ormai la tendenza è quella, e gli incentivi lavorano per una transizione elettrica della mobilità: avremo tutti un’auto a batteria, il monopattino, la moto a batteria, la bicicletta a batteria e qualsivoglia altro oggetto della vita quotidiana a batteria, ed ognuno di questi acquisti sarà corroborato da incentivi corposi. Acquisterò un’auto da cinquantamila euro e avrò un incentivo di sei, settemila. Averceli.
Questa falsa attenzione all’ambiente, al verde e alle energie rinnovabili, questo falso ambientalismo sta dilagando: siamo in ritardo di anni su provvedimenti e azioni che avremmo dovuto mettere in atto da tempo. Pennelli solari: li dovrebbero posizionare durante la costruzione di una casa. Pale eoliche? Non le vogliamo perché rovinano il paesaggio. Recuperare energia dalle maree e dalle onde? È tardi. Dissalatori per avere acqua dolce? Se ne parla, ma sono strutture enormi con residui da smaltire, ed occorrerebbero anni per installarli, ma dove? Chi li vuole sulle proprie coste ? Le centrali nucleari di quarta generazione, inesistenti, sbandierate in campagna elettorale per far fronte al crescente fabbisogno di energia dove le vogliamo installare nonostante il referendum abrogativo del 1987? E i rifiuti radioattivi dove li seppelliamo?
Nonostante tutto ciò la bionda spumeggiante ed il manager in doppio petto caricheranno la loro macchina alla colonnina.
Quante ne abbiamo nella nostra città ? Avremo delle code infinite per tentare la ricarica.
Saremo schiavi dei Cinesi e di Taiwan, padroni del cleantech e dei microchip. Gente che ultimamente emana un forte tanfo di guerra.
Finalmente potremo avere nel box la nostra presa di corrente per caricare la macchina e sopporteremo la presenza di una centrale a carbone, a gas, a uranio, per permettere alle cinquanta famiglie del condominio di fare il pieno.
E se saremo fuori dovremo avere l’abbonamento a più gestori perché il percorso che faremo non sarà come ai vecchi tempi, ma ben studiato, programmato, preciso, in una parola stressante.
Buon viaggio.

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Sono Luciano Simonetti, impiegato presso una azienda facente parte di un gruppo americano. Abito a Caselle Torinese e nacqui a Torino nel 1959. Adoro scrivere, pur non sapendolo fare, e ammiro con una punta di invidia coloro che hanno fatto della scrittura un mestiere. Lavoro a parte, nel tempo libero da impegni vari, amo inforcare la bici, camminare, almeno fin quando le articolazioni non mi fanno ricordare l’età. Ascolto molta musica, di tutti i generi, anche se la mia preferita è quella nata nel periodo ‘60, ’70, brodo primordiale di meraviglie immortali. Quando all’inizio del 2016 mi fu proposta la collaborazione con COSE NOSTRE, mi sono tremati i polsi: così ho iniziato a mettere per iscritto i miei piccoli pensieri. Scrivere è un esercizio che mi rilassa, una sorta di terapia per comunicare o semplicemente ricordare.

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