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domenica, Febbraio 25, 2024

Siamo così


Vi è capitato di guardare la serie di film “ La notte del Giudizio”? Ne sono usciti diversi, col titolo appena ritoccato ma la sostanza non è mai cambiata. Copio e incollo da Wikipedia: “L’intera vicenda può essere considerata come un’ucronia distopica ambientata negli Stati Uniti d’America, dove una volta all’anno, per un periodo di dodici ore, ogni crimine, incluso l’omicidio, è reso legale”.
Mi piace il termine ucronia.
Uno sfogo allucinante; un breve periodo nel quale l’animo umano tira fuori le bassezze di cui è capace.
Bene. Ora lasciamo gli USA i quali se non hanno un periodo simile poco ci manca e torniamo qui da noi, portandoci  il periodo dello sfogo, se non altro quello verbale ma spesso molto violento anch’esso.
Lo concentriamo in cinque giorni, stiamo larghi, per permettere a chiunque di fiondarsi in quello spazio temporale. Botte da orbi e insulti tra gente comune, politici, filosofi, sociologi e pensatori. Giovani e anziani, influencer e influenzati, pacifisti e guerrafondai.
Sanremo.
È passato ormai del tempo, me le onde seppur piccole arrivano ugualmente.
Adesso siate sinceri, non mentite e non vergognatevi: lo avete guardato, magari sbirciando con un occhio solo, di sguincio, durante la pubblicità del film su Rai Cinema, mentre guardavate Amedeo Nazzari ne “La Cena delle beffe”.
Perché come si fa a parlarne senza averlo visto: eravamo milioni. Sì, pure io; e mentre lo seguivo (non tutto: ad una certa ora diventerebbe una tortura) pensavo a coloro che urlano e giurano di non guardarlo mai e che mai lo faranno, e che non si metta in dubbio questa sorta di verginità acquisita.
In questo grosso contenitore, in fondo, ci siamo tutti noi: a ben guardare è una sorta di osservatorio della nostra società, o almeno di una buona parte di essa, e in qualche modo ci rappresenta.
Sulla kermesse si spreca chiunque abbia accesso ad una tastiera, compresi coloro che non votano ai referendum o alle politiche ma spendono 0,51 euro per votare il brano preferito.
Quelli che si scandalizzano per il bacio tra Fedez e Rosa Chemical e poi applaudono un Berlusconi che promette un pullman di ragazze alla squadra in caso di vittoria o che minimizzano sul un pestaggio fascista.
Quelli che giudicano una cretinata l’intera manifestazione ma si consumano gli occhi davanti a “Pomeriggio 5”, “Drag race”, “Il cantante mascherato” e tutti i talent in programmazione, programmi farciti di lacrime di gioia e disperazione, tante. Finte.
Quelli che fanno partire una denuncia verso Blanco per le fioriere distrutte e poi evadono che è un piacere, parcheggiano nel posto dei disabili e abbandonano la tazza del water lungo lo Stura.
Tanto per essere chiari, Sanremo non è certo un esempio ma siamo semplicemente noi, concentrati, ammassati, astiosi.
In fondo cosa si può pretendere da mamma RAI dopo che ci ha messo anni per abbassare il livello della programmazione rendendola sempre più simile a Mediaset.
Certo occorre ricordare gli Angela padre e figlio e altri programmi  di informazione e intrattenimento, ma sono mosche bianche.
Il Festival è il concentrato delle trasformazioni della televisione.
Ovviamente ci sono anche le canzoni, ma spesso appaiono come un qualcosa di marginale. Mettere insieme i brani, i monologhi, il messaggio di Zelensky, gli ospiti, i collegamenti, le critiche e le standing ovation per la vecchia guardia, fanno diventare il tutto un calderone ribollente.
E i media per quella settimana fanno da cassa di risonanza: il terremoto in Turchia e la guerra in Ucraina sono compresi prima e dopo tra il Teatro Ariston e un selfie con Lazza. Quella macchina funziona così, solo così.
Le canzoni diventano un tramite, o meglio, la scusa per far ruotare intorno le nostre pulsioni, e scaricare tutto nel frullatore, che per sua natura omogeneizza, conferendo uguale peso al sacro e al profano, musica e performance fine a se stessa; cantanti e rapper che mal consigliati non hanno nozioni di musica o di scrittura dei testi e puntano su atteggiamenti che diventano cibo per i social e la rete. Capita questo in un Paese dove la cultura è diventata un orpello cui fare a meno, che non paga, e (come disse qualcuno) non si mangia.
Forse l’unica cosa sincera è il bacio con la promessa di matrimonio tra i Coma_Cose.

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Luciano Simonetti
Luciano Simonetti
Sono Luciano Simonetti, impiegato presso una azienda facente parte di un gruppo americano. Abito a Caselle Torinese e nacqui a Torino nel 1959. Adoro scrivere, pur non sapendolo fare, e ammiro con una punta di invidia coloro che hanno fatto della scrittura un mestiere. Lavoro a parte, nel tempo libero da impegni vari, amo inforcare la bici, camminare, almeno fin quando le articolazioni non mi fanno ricordare l’età. Ascolto molta musica, di tutti i generi, anche se la mia preferita è quella nata nel periodo ‘60, ’70, brodo primordiale di meraviglie immortali. Quando all’inizio del 2016 mi fu proposta la collaborazione con COSE NOSTRE, mi sono tremati i polsi: così ho iniziato a mettere per iscritto i miei piccoli pensieri. Scrivere è un esercizio che mi rilassa, una sorta di terapia per comunicare o semplicemente ricordare.

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