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venerdì, Marzo 1, 2024

Non turbare il prossimo tuo


Ormai la paura di offendere e di turbare ha preso il sopravvento: non quella dettata da una sana educazione, bensì quella decisa in altra sede anziché nel nostro cervello. Peccato perché abbiamo a disposizione 250.000 vocaboli. Certo difficilmente ascolteremo termini come “luculliano”, “peripatetico” o “subitaneo” specie sui social dove già trovare una “h” al posto giusto è un’ impresa, ma per quale motivo omogeneizzare la sinfonia della nostra splendida lingua? Con la scusa di non recare disturbo al lettore o all’ascoltatore, ha preso piede l’abitudine ad appiattire,  togliere quelle parole, quei termini che azzeccano, sostituendoli con altri che rendono il discorso o il racconto sterile.
Ultimamente si fa sentire più prepotente l’esigenza di evitare traumi e complicazioni dell’apprendimento alle giovani generazioni che, a quanto pare, hanno una psiche fragile come una bolla di sapone, inadatta a reggere qualsivoglia impatto nella vita compreso il leggere o l’ascoltare parole di coloro che ci hanno lasciato pagine memorabili.
La vicenda dell’editore britannico che ha apportato modifiche ai romanzi per ragazzi ritenendo le opere “incompatibili con la sensibilità odierna” mi pare quantomeno discutibile: ovviamente questa iniziativa ha dato il via ad uno strascico di polemiche.
Non mi dilungo più di tanto su quali siano le parole ed i termini sostituiti da altri più fruibili, ma ciò che mi inorridisce è il fatto che altri decidano cosa sia meglio leggere per i nostri ragazzi; verrà il momento anche per le modifiche su romanzi per adulti.
Certo non si raggiungeranno i livelli catastrofici del romanzo “Fahrenheit 451”, ma comunque è una sorta di forzatura verso ciò che altri ritengono sia meglio.
Perché naturalmente questi ragazzi che leggeranno “più abbondante” anziché “grasso” o “meno intelligente” anziché  “stupido” avranno la necessità di continuare a seguire questo filone narrativo anche in età matura, sempre per non subire traumi e dover attingere poi al bonus psicologo che ultimamente (insieme ai mille bonus proposti dallo Stato) va di moda come i Levi’s negli Anni ’70.
Probabilmente da parte dell’editore c’è solo l’interesse a nuove vendite sfruttando la curiosità dei più “poco avveduti”, ma desta preoccupazione il fatto che questi personaggi decidano cosa vada bene e cosa no: con la motivazione del non turbare le menti fragili intanto si fanno affari, inoltre non si lascia spazio alla scelta. Leggi questo perché è meglio così.
Una revisione bella e buona che potrebbe poi toccare altri testi.
In quel senso di passi ne abbiamo fatti, sempre per non offendere: non vedente anziché cieco, operatore scolastico al posto di bidello, deceduto anziché morto, e potremmo continuare.
Mi domando quando verrà fuori un ennesimo Daniele Ricciarelli da Volterra a nascondere, a modificare ciò che è stato dipinto, scritto, cantato: penso a Fausto Leali quando cantava “Angeli Negri”, oggi la censura cadrebbe su di lui come una ghigliottina, insieme al compianto  Nino Ferrer quando cantava “Vorrei la pelle nera!. I Queen ci passarono nel 1984 nella tagliola della censura quando presentarono il loro video vestiti da donne negli USA. Non ci misero più piede.
Lo stesso per i dipinti di Botero che ritraggono donne “diversamente magre”.
La domanda è: ma veramente ragazzi, bambini (anche i vostri genitori, a questo punto) vi turba utilizzare termini normalissimi che fanno parte della nostra lingua invece di inorridire per ben altro?
Abbiamo veramente bisogno di qualcuno che decida per noi, per voi?
C’è grande differenza nell’uso dei termini: si può offendere o semplicemente parlare, a noi la scelta.
Stupisce di come si vogliano censurare alcune parole ritenute inadatte lasciando poi i minori in compagnia di un cellulare, un tablet, dal quale vengono letteralmente inghiottiti in un abisso e rincretiniti di fesserie. Lo stesso per noi adulti.
In questo vento di censura mascherato da libertà di pensiero, metterei pure il voler cambiare i nomi delle vie e piazze di Torino che ricordano il colonialismo italiano, la storia passata, o come a Bologna il cambiare la dicitura, sempre delle vie, da patriota a partigiano.
A lungo andare questo andazzo produrrà tanti danni alla nostra lingua e al nostro pensare quanti  la siccità al nostro Paese.

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Luciano Simonetti
Luciano Simonetti
Sono Luciano Simonetti, impiegato presso una azienda facente parte di un gruppo americano. Abito a Caselle Torinese e nacqui a Torino nel 1959. Adoro scrivere, pur non sapendolo fare, e ammiro con una punta di invidia coloro che hanno fatto della scrittura un mestiere. Lavoro a parte, nel tempo libero da impegni vari, amo inforcare la bici, camminare, almeno fin quando le articolazioni non mi fanno ricordare l’età. Ascolto molta musica, di tutti i generi, anche se la mia preferita è quella nata nel periodo ‘60, ’70, brodo primordiale di meraviglie immortali. Quando all’inizio del 2016 mi fu proposta la collaborazione con COSE NOSTRE, mi sono tremati i polsi: così ho iniziato a mettere per iscritto i miei piccoli pensieri. Scrivere è un esercizio che mi rilassa, una sorta di terapia per comunicare o semplicemente ricordare.

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