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venerdì, Aprile 19, 2024

    Il lanificio al tempo dei fratelli Bona

     

     

    Questo mese continuiamo a parlare del glorioso Lanificio Bona di Caselle, di ciò che avvenne dopo il rovinoso incendio del 1889, quando Basilio Bona riuscì a risollevare le sorti del complesso.

    Vediamo ora come iniziò l’avventura casellese della famiglia Bona che portò alla realizzazione di un importante complesso industriale laniero.

    Oggi quello che rimane fa fatica a rappresentare questo importante periodo, e non ci stancheremo di rilevare l’importanza della testimonianza anche architettonica che alcuni edifici ancora oggi evidenziano, anche se sminuiti da una moltitudine di interventi edilizi di ristrutturazione, demolizione e parti aggiunte che ora nascondono i caratteri originali, ma che comunque meriterebbero di essere riqualificati e riscoperti, anche per preservarne la sua importante storia.

    Avevamo già detto che l’originario lanificio venne impiantato all’inizio del XIX Secolo dal Comandante G.P. Laclaire, che convertì l’antica cartiera di San Bartolomeo.

    Alla morte di Giovanni Paolo Laclaire, avvenuta nel 1838, inizialmente successero i suoi due figli, ma successivamente, mentre il complesso industriale rimase di proprietà degli eredi Laclaire, l’attività venne
    venduta a Basilio Bona sul finire del 1878.

    Basilio, nato a Sordevolo nel 1851, aveva già grande esperienza per aver lavorato a Biella nel lanificio di Maurizio Sella, e qui a Caselle rinnovò il vecchio lanificio, insieme ai due fratelli Eugenio, il minore, anche lui laniere, e Battista, il più anziano, che dopo una carriera nella Regia Marina, diventò un ottimo amministratore.

    Chiamò a sé anche l’altro fratello più giovane, Valerio Massimo che, appena venticinquenne, aveva già rivelato tutte le sue doti a Biella, nel lanificio di Maurizio Sella, dove grazie al suo senso pratico, la sua ingegnosità e la sua capacità organizzatrice era già diventato direttore del lanificio.

                                                      Valerio Massimo Bona

    EPSON MFP image

    Valerio, desideroso di farsi una robusta preparazione tecnica, si faceva operaio tra gli operai, e quelli di Caselle furono per lui anni felici, dove vide all’improvviso allargarsi il suo campo di azione.

    Un cronista dell’epoca scrisse che “come gli uomini veramente integrali destinati ad essere condottieri, egli amava ugualmente la fatica intellettuale e la fatica fisica, e si mescolava alle maestranze che orientava e correggeva con sicura autorità, non disdegnando d’aiutare un operaio nelle più umili incombenze”.

    Nelle poche ore di riposo viveva comunque una vita intensa, tra la musica, l’arte drammatica, l’alpinismo, la danza.

    La montagna seduceva, più d’ogni altra forma di vita, il suo spirito ardimentoso: fece diverse scalate e ricordava con piacere di aver sormontato il Monviso con la guida Antonio Castagneri; ricordava anche
    che si perdette col conte di Villanova sul Monte Bianco; ma soprattutto era un infaticabile camminatore.

    Il fratello Basilio, anche lui alpinista, aveva incoraggiato questa sua passione. E come scrivevano di lui “in montagna non ardiva o contemplava soltanto: la montagna eccitava il suo pensiero; e più d’una volta, nelle soste, i nipoti Delleani che lo accompagnavano si sentivano dettare qualche idea sull’industria. La montagna gli parve sempre il riposo e l’esercizio più nobile; ma egli, anticipando i tempi, sentì che era anche scuola fisica e morale del popolo”.

    Lui stesso usava dire: “Chi ha esperienza d’alpinismo meriterebbe un salario maggiore, perché l’entusiasmo, la resistenza, lo spirito di sacrificio, il coraggio nei rischi, erano ottime doti anche per il lavoro”.

    Vivendo la vita insieme alla gente comune rivelò anche il suo temperamento generoso fino alla prodezza: “A Caselle un giorno, passava per caso un deputato del Collegio, il Cibrario, e si trovò, ai bordi della campagna, davanti a una cascina che bruciava, in mezzo a un brulichio di gente affannata; qualcuno correva sul tetto già in
    fiamme. Il Deputato vede e grida: «Quell’uomo si vuol rompere l’osso del collo». Era Valerio Massimo Bona: si era gettato così a salvare una famiglia che stava per essere travolta”.

    Concetto fondamentale per lui, e fin dai primi anni, fu che, per saper comandare, bisognava aver fatto un’esperienza diretta delle condizioni del lavoro; in effetti quand’era ancora nel lanificio Sella di Biella,
    si era fatto montare in una camera di casa un telaio, e la sera, prima di andare a dormire, tesseva per un’ora o due.

    Sempre le cronache ricordano le molte volte che fu visto mettersi al posto di un operaio o di un facchino, avviare con le sue mani un congegno o tirare un carretto carico, ma come diceva il cronista “nessuno forse pensò che non era pietà, ma pensiero: in lui fermentava già l’idea che fosse necessario misurare lo sforzo muscolare dell’uomo per adeguarvi il lavoro secondo quello che è chiamato ancora il sistema Taylor, mentre tanti Italiani l’hanno da noi esperimentato e applicato per intuizione ed istinto, prima che fosse diventato
    teoria”.

    Valerio Massimo Bona vedeva lontano nella tecnica industriale, ma teneva sempre ben presente l’interesse degli operai, e comprendeva e affermava: “che esso è indissolubile da quello dell’Industria anche quando può parer divergente”.

    Ai tempi in cui dirigeva lo stabilimento di Biella di Maurizio Sella, fu sicuro che i telai meccanici avrebbero fatalmente sostituito anche in Italia i telai a mano; e non esitò a proporne l’adozione, anche sapendo che così provocava il malumore degli operai tessitori che temevano di perdere il lavoro.

    Sempre le cronache scrivevano che: “qualcuno dei suoi più giovani collaboratori ricorda ancora come, risalendo da Biella bassa dopo il lavoro, a sera inoltrata e già al buio, egli dovesse a volte fare un lungo giro ai margini della città per evitare il ponte di Chiavazza, dove sapeva essere appostati gli operai malcontenti, e mettere qualche fedele di guardia al portone di casa per sfuggire agli agguati”.

                                                 Busto di Eugenio Bona a Biella

     

    Nel 1889 Valerio, insieme ai due fratelli Eugenio e Battista, decise di trasferirsi a Carignano, lasciando a Caselle il solo Basilio con i suoi figli.

    Qui fondò una nuova Ditta, il Lanificio V.E.Flli Bona”, che prese sede in un vecchio monastero adattato a stabilimento per la lavorazione della lana, e che diventò presto molto importante.

    Valerio Massimo Bona, nato nel 1851, morì l’11 settembre 1898, lo stesso anno in cui la V.E.Flli Bona di Carignano vinse, all’Esposizione di Torino, la Medaglia d’Oro di prima classe.

     

    Il lanificio tra il il 1879 e il 1885

    Da un documento del 1885 che riporta sinteticamente l’attività del lanificio nel periodo in cui era gestito dai quattro fratelli Bona, si viene a sapere quanto segue: “Il Lanificio è diretto dagli stessi fratelli Bona, tanto nella parte tecnica, quanto in quella amministrativa. Qualunque operazione necessaria alla trasformazione della lana in manufatto, viene eseguita nel lanificio.
    Il lavoro è continuo, e allo scopo di evitare le interruzioni nel lavoro, dannosissime al perfezionamento dell’operaio, e causa precipua di appiglio agli scioperi, la Ditta si è dedicata alla fabbricazione di generi classici, come panni per l’Esercito, per la Marina e per il commercio come Flanelle, Operati (tessuti che sembrano formare un disegno in rilievo, o caratterizzato dall’alternanza lucido/opaco) e Cheviots (tessuto spesso e ruvido a intreccio spigato il cui nome deriva da una razza ovina inglese) a tinte unite, sebbene la concorrenza estera in molti di tali generi obblighi il fabbricante a durissime prove.”

    Nei sette anni d’esercizio (dal 1879 al 1885) non si verificò alcun sciopero, né parziale né totale.

    La forza Idraulica impiegata era: massima Cavalli 150, e minima Cavalli 50.

    La forza a Vapore: Cavalli 35.

    Media giornate di Lavoro per ciascun anno e ciascun operaio N. 300.

    Media ore di Lavoro N. 11.

    Nel 1879 vi erano impiegati 470 operai, per poi diventare 600 nel 1885, divisi tra 250 uomini, 220 donne, 70 ragazzi da 12 a 16 anni e 60 ragazze sempre tra i 12 e 16 anni.

    La giornata lavorativa dell’operaio

    Tra i vari documenti interessanti c’è il Regolamento degli operai scritto dallo stesso Valerio, che descrive la giornata lavorativa degli operai che in quegli anni era di circa 11 ore al giorno, aseconda della stagione, per un totale di circa 300 giorni.

    Il Regolamento prevedeva che:

    1° – Per il pranzo, si concede giornalmente agli operai un intervallo, di ore 1.30′; si esce dal Lanificio al mezzodì, e si rientra all’una e 30′ pomeridiana (non si poteva mangiare all’interno del lanificio).

    2° Dal 1° Aprile al 30 Settembre viene concessa mezz’ora per la colazione (dalle 7 1/2 alle 8 ant.) e dal 1° Ottobre al 31 Marzo, cioè durante i giorni di veglia, una mezz’ora, sull’imbrunire, per la merenda.

    3° L’entrata degli operai deve effettuarsi nella mezz’ora che precede l’ultimo segnale della campana, dopo il quale la porta viene chiusa.

    4° All’entrata, l’operaio stacca dalla apposita tabella il numero che gli si riferisce, e lo ripone nella bussola destinata per la consegna.

    5° I ritardi sono tassati in ragione del decimo della paga giornaliera, essi sono però tollerati sino ad un quarto d’ora al massimo.

    6° In via eccezionale, pel tempo cattivo, si concede agli operai dimoranti molto lontano dal Lanificio, di restarvi nell’ora di pranzo, ma non è permesso ad alcuno di circolare per il Lanificio, salvo che per le tettoie e nel proprio laboratorio.

    7° Essendo vietata la circolazione di persone estranee al lavoro, tanto nelle ore di lavoro, quanto nell’ora del pranzo, si prescrive che coloro i quali vorranno recare il vitto ai loro congiunti, debbano trattenersi sotto l’atrio della porta d’ingresso, in attesa che i medesimi lo vengano a ritirare.

    8° Il portinaio curerà l’osservanza del presente avviso in quanto lo riguarda, assistendo tanto l’entrata che l’uscita degli operai.

    Il regolamento del lanificio

    Molto interessante anche il regolamento interno dello stabilimento casellese, che qui riportiamo integralmente.

    “ Caselle, 1° febbraio 1879

    REGOLAMENTO GENERALE VIGENTE NEL LANIFICIO

    ART. 1° – Nessun operaio viene ammesso, se non munito di Libretto di Benservito, o di certificato che ne faccia le veci.

    ART. 2° – Il congedo si effettua mediante preavviso di otto giorni, salvo in caso di forza maggiore, oppure quando l’operaio si rendesse colpevole di grave mancanza.

    ART. 3° – Esso deve trovarsi al suo posto ed al lavoro, nei primi dieci minuti dal suono della campana, ed ivi rimanere, sino al segnale d’uscita, salvo quando ottenga dallo Studio speciale permesso.

    ART. 4° – Sia l’entrata che l’uscita dovranno seguire col massimo ordine e senza rumori.

    ART. 5° – In fabbrica l’operaio dovrà comportarsi onestamente sia nelle parole che nelle azioni, non emettere grida, canti o fischi, astenersi dal fumare o dall’accendere zolfanelli per qualsiasi motivo, essendo devoluta a persone speciali l’accensione dei becchi a gas (quelli utilizzati per l’illuminazione dei locali).

    ART. 6° – Non potrà stare assente dal Lanificio, per qualsiasi tempo, senza permesso dallo Studio, e nel caso in cui l’assenza sia fortuita, dovrà giustificarne la causa al suo Capo, appena rientrato.

    ART. 7° – Dovrà amorevolmente insegnare ai suoi compagni apprendisti che gli vengano affidati, correggendoli, nei loro errori, con modi urbani.

    ART. 8° – Dovrà la massima obbedienza ai superiori, ogni mancanza su questo punto verrà punita col congedo immediato.

    ART. 9° – Verrà pure immediatamente espulso l’operaio colpevole d’infedeltà o scostumatezza.

    ART. 10° – Ogni operaio avrà, per lo spazio che occupa, per le macchine che conduce e per le adiacenti finestre la massima proprietà e cura, e risponderà in proprio sui guasti che si verificassero per sua incuria.

    ART. 11° – Le paghe si fanno per quindicina, al 2 e al 17 d’ogni mese, salvo per i tessitori, che si pagano ogni sabato.

    ART. 12° – All’entrata, l’operaio staccherà da apposita tabella il numero che gli si riferisce, per riporlo nella cassetta sottostante.

    ART. 13° – Le contravvenzioni a queste norme sono punibili secondo la loro gravità.

    ART. 14° – Si tiene conto, in ogni tempo, della maggiore o minore operosità e disciplina dimostrata, e queste tracceranno, alla Ditta, la via da seguire, nelle gravi circostanze di una riduzione d’operai.”

    Sempre negli scritti di Valerio Bona è interessante quanto veniva previsto sia per incentivare i lavoratori, sia per la loro salute:

    PREMI

    “Siccome l’operaio provetto è indispensabile al perfezionamento di un qualsiasi manufatto, e siccome il suo lavoro non gli può essere molto rimuneratore, che negli stabilimenti in cui il lavoro sia continuo e tendente alla specializzazione, ne viene di conseguenza la necessità di doverli raramente rinnovare”.

    A tale scopo per incentivare gli operai migliori a rimanere nello stabilimento veniva assegnato a ciascuno di essi: al 10° anno di servizio non interrotto un premio di L. 100,00; al 20° anno di servizio non interrotto un premio di L. 200,00; al 30° anno di servizio non interrotto un premio di L. 400,00; al 40° anno di servizio non interrotto un premio di L. 800,00.

    Inoltre il tempo prestato sotto le armi, era considerato come trascorso nel lanificio, e quando “gli operai siansi diportati da buoni soldati, verranno tosto riaccettati con precedenza sugli altri”.

    IGIENE E ALIMENTAZIONE

    Non venivano dimenticate alcune regole igieniche dove ogni operaio, all’entrata, doveva depositare i suoi vestiti in un apposito locale (uno per ciascun sesso), per indossare quelli che il lanificio assegnava, che all’uscita dovevano essere nuovamente ben riposti e sempre dopo essersi ben lavato.
    Valerio non dimenticava che anche l’alimentazione era importante per la salute dei lavoratori, e così scriveva: “La mancanza di carne, e qualche po’ di vino, nella nutrizione dell’operaio, costituisce nostro grado di inferiorità sugli operai esteri in quanto concerne la «forza produttiva». Sarebbe quindi non solo necessario ma umano che
    l’industriale potesse (da un leggero aggravio sulle tariffe doganali) trarre quanto occorre per concedere gratis ai suoi operai siffatto alimento”.

    Note sullo sviluppo dell’industria italiana

    Valerio Bona con gli anni dimostrava sempre più il suo talento e molte sarebbero le sue iniziativa da raccontare, ma per ora concludo con alcuni passi di un suo discorso in cui rileva la debolezza del sistema industriale italiano di quegli anni, soprattutto a seguito della grave crisi laniera, che tra il 1872 e il 1885 portò a quasi un dimezzamento del prezzo della lana, mandando in crisi molte industrie.

    Quello che è veramente interessante è che a distanza di oltre un secolo alcuni problemi sembrano purtroppo ancora quelli attuali: “La posizione dell’industriale Italiano, è tutt’altro che florida, ed è naturale che se non si accrescono i dazi, in guisa da far scomparire la differenza su esposta, si farà non già l’interesse della Nazione,
    ma bensì quello degli Industriali ed operai esteri, e si renderanno vani gli sforzi del fabbricante nazionale….

    Si oppone ad un vigoroso sviluppo delle forze Industriali in Italia, altresì:

    1° – La debole e fiacca istruzione impartita nelle Scuole Elementari, causa la deficente energia e capacità di molti maestri, dai quali si dovrebbe esigere maggior applicazione e maggior interesse nell’insegnamento, largheggiando in corrispettivo nell’assegnare loro lo stipendio.

    2° – L’insufficiente istruzione pratica nelle scuole Professionali, l’eterogeneità delle materie insegnande.

    3° – La mancanza di sussidi «o Borse di studio›› a favore di alunni, figli di operai, che dimostrino attitudine per gli studi professionali. La poca pratica nel maneggio del «Regolo Calcolatore›› e forse la quasi nessuna conoscenza, la scarsezza di professori valenti e l’insufficenza dei loro stipendi.

    4° La poca affluenza di capitali, nelle imprese agricole, industriali e commerciali e nella carezza degli sconti.

    5° Il debole spirito di associazione italiano per le grandi idee, e nel procacciare all’agricoltura ed alle industrie la forza necessaria, i mezzi di produrre bene ed a buon mercato, merce la specializzazione, e nel collocamento dei rispettivi prodotti.

    6° La giovane nostra organizzazione Industriale e Commerciale, di fronte a quella di varie Nazioni Estere, la gravezza delle tariffe ferroviarie, le gravose imposte.

    La mitezza dei nostri dazi doganali incoraggia gli esteri a riversare quivi l’eccesso di loro produzione, anche con tenue beneficio pecuniario. Il più delle volte anzi (ed è accertato) gettano sul mercato Italiano le loro rimanenze a vilissimi prezzi, recando in tal guisa un danno gravissimo al lavoro nazionale.”

     

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