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mercoledì, Febbraio 28, 2024

Borgaro nel ‘700, tra grandi cascine e “ciabot”

Proseguiamo sul territorio dell’attuale Borgaro Torinese il nostro viaggio nelle cascine settecentesche, viste dai catasti sabaudi che hanno permesso di descrivere in modo puntuale il territorio a quei tempi. Da questa carrellata vengono escluse  le aziende agricole che ora fanno parte del comune di Mappano che vedremo in un prossimo articolo.

Il territorio nel Settecento
Per meglio capire come era il territorio agricolo di Borgaro, riporto quanto scritto in una interessante relazione di metà Settecento dell’intendente Sicco:
“ A riguardo dello stato e coltura dei beni di questo territorio consistenti in campi, prati, boschi, e gerbidi si dividono in due parti, e si riferisce che la parte dei beni esistenti inferiormente al luogo per li due terzi circa è d’una fertilità tra il buono ed il mediocre a riguardo dei prati e campi, avendo di tanto in tanto i primi il beneficio dell’acqua, mentre l’altra parte sono in buona parte sottoposti alla nebbia, cosicché i raccolti ne soffrono non di rado.
L’altra parte dei terreni di questo territorio, posti superiormente al medesimo luogo, il suolo resta d’inferiore bontà, e fertilità per esser d’una qualità sabbiosa, e ghiaiosa, e senza avere il beneficio dell’irrigazione, se non quando avvengono delle inondazioni del Fiume Stura. A seguito delle inondazioni però sono già state corrose più di 70 giornate di territorio, resasi del tutto incolto ed infruttifero, in maniera che non vi è rimasta che la pura ghiaia e pietra nuda.
Inoltre i coltivatori praticano senza interruzione tutti i modi più validi per ricavar dai terreni ogni maggior frutto, e nonostante tutto i raccolti ogni anno diminuiscono, tanto che ad esempio solo per i marsaschi (tutte le coltivazioni da cui si raccolgono semi, come il grano, meliga ecc, ndr), non si raccoglie più che la sesta parte di quella che anni addietro si otteneva in questo paese. “
Come si capisce da questa relazione il terreno di Borgaro non era poi così fertile come si può pensare, e solo a partire dall’Ottocento, con il perfezionamento delle tecniche agrarie e soprattutto con l’uso di concimi chimici, si è potuto ricavare una produzione soddisfacente dai terreni coltivati.

Boschi, gerbidi e pascoli
A riguardo poi dei boschi esistenti, che ammontavano a circa 500 giornate, sempre la relazione del Sicco diceva che “sono di poco reddito, producendo per lo più rovi e cespugli selvatici, senza contare che vi sono molte radure per il mantenimento delle strade a servizio delle Regie Caccie”.
In quanto ai siti gerbidi, per una superficie di circa 100 giornate, questi non si potevano ridurre a coltura, per la cattiva qualità del terreno, per lo più paludoso e fangoso. Attorno a questi gerbidi si sa dai proprietari stessi, che in quegli anni si erano fatte tutte le operazioni possibili sia per coltivarli, che per imboschirli, con la formazione di fossi di scolo, con “li roncamenti”, e col tentativo di piantare querce, ma il tutto fu inutile per cause del terreno.

Le Cascine
Il territorio di Borgaro aveva diverse cascine importanti soprattutto nella zona sud ed ovest, e ben sei di esse oggi fanno parte del nuovo Comune di Mappano, e che quindi vedremo in un futuro articolo.
Principalmente erano di proprietà delle tre e grandi famiglie che da sole possedevano i due terzi del territorio, cioè il Conte Birago di Borgaro, il Marchese Falletti, e il Marchese Isnardi di Caraglio.
Gli altri proprietari erano nobili o ricchi commercianti torinesi che investivano i loro capitali nelle aziende agricole, mantenendole efficienti e produttive, tenendo sotto stretto controllo gli affittuari con visite periodiche sia direttamente che tramite i loro agenti.
Emblematica la Cascina Santa Cristina, sia per la sua estensione, sia per la presenza della lussuosa “villa”. È proprio a partire dalla seconda metà del XVII secolo che questo elemento nacque a fianco dei fabbricati rurali come ulteriore simbolo di ricchezza dei proprietari, e che coinvolse tutte le classi sociali, a partire dalla grande nobiltà, per finire con la borghesia e i nuovi nobili (negozianti, professionisti e funzionari pubblici e di corte).
Nell’allegata tavola elaborata sulla base di una mappa dell’inizio dell’Ottocento vengono individuate le cascine più importanti che nel catasto del 1735 possedevano almeno 25 giornate di terra (circa 10 ettari), un’estensione minima per far sì che l’azienda desse un adeguato rendimento ai suoi proprietari, che nella quasi totalità dei casi non gestivano direttamente la tenuta, ma la concedevano in affitto con contratti normalmente quadriennali.
Le cascine censite sul territorio erano le seguenti:

1 – Cascina San Rocco, posta ai margini nord dell’antico centro abitato, venne così chiamata perché sorgeva accanto alla cappella di San Rocco eretta appena fuori le mura del ricetto sicuramente a seguito di una delle gravi epidemie avvenute nel XIV secolo, e dedicata proprio al santo protettore della peste.
Nel 1731, a seguito di un ampliamento della cascina la cappella, già pericolante, venne demolita e il suo altare trasportato nella vicina cappella dei santi Cosma e Damiano, dove ancora oggi esiste.
Nel catasto settecentesco alla cascina erano annesse circa 143 giornate di terra.
Proprio quest’anno questa cascina, ormai in stato di semi abbandono, è stata demolita per far posto a una futura piazza davanti al palazzo del Municipio.

2 – Cascina La Lunga, posta a nord del paese, proprio sul confine col territorio di Caselle lungo la strada per Mappano, aveva un’estensione di 78 giornate di terra coltivata, e anticamente era anche conosciuta con il nome di “Noce longa”. Faceva parte della grande proprietà del potente Marchese Falletti di Barolo che oltre a possedere quasi tutto il territorio di Altessano Inferiore, nella nostra zona aveva molte altre proprietà sia a Settimo che a Leinì, e a Borgaro aveva più di 450 giornate di terra.
La cascina ha ancora oggi la caratteristica di avere al centro del cortile un casotto che custodisce al suo interno un fontanile, o risorgiva che alimenta i canali di irrigazione della tenuta.

3 – Cascina Tetti dell’Olleo, posta a nord-est del territorio lungo la strada per Mappano, nel catasto risulta di proprietà del Marchese Isnardi di Caraglio, e deve il suo nome all’antico proprietario sig. Michele dell’Olleo che nel 1611 possedeva una cascina di circa 100 giornate, come risulta dai documenti dell’epoca.

4 – Cascina e villa Santa Cristina, posta la centro di una vasta zona rurale tra Borgaro e Mappano, è sicuramente il complesso più imponente del territorio, ancora oggi utilizzata come azienda agricola.
La vista che si prospetta in fondo al viale che arriva da Torino, rende subito l’idea dell’imponenza della cascina: un fronte di circa 200 metri di lunghezza, con quattro torri rigidamente simmetriche al portale d’ingresso.
All’inizio del XVII secolo la Cascina non esisteva ancora, e la zona, denominata Regione Carro, era suddivisa in almeno otto proprietà, tra le quali quella del Sig. Bartolomeo Chiureri che, con un’azienda di oltre cento giornate, era sicuramente la più importante.
La storia vera e propria della Cascina Santa Cristina inizia con l’arrivo in Piemonte del nobile François Havard de Sénantes, Conte di Ligneville, uno dei tanti francesi venuti a cercare fortuna al servizio sabaudo con le truppe al seguito di Madama Reale Cristina di Francia. Il nobile Sénantes, durante la sua ascesa nella scala sociale inizia un graduale accorpamento delle aziende esistenti nella Regione Carro, che lo porterà a possedere, verso la fine del Seicento, un’estesa tenuta di circa 260 ettari, adeguata al suo rango sociale.
Il 30 aprile 1653 il Sénantes viene investito di parte del feudo di Borgaro e nel 1658 viene nominato Marchese, ed è proprio in questi anni che si può ipotizzare la costruzione della villa, il cui nome fu presumibilmente scelto in onore della moglie e della figlia maggiore, entrambe di nome Cristina, e probabilmente anche in omaggio alla Duchessa Cristina di Francia (la cui dama d’onore era la stessa moglie del Sénantes) che, come racconta il Cavaliere di Grammont nelle sue memorie, non disdegnava i pranzi, le cacce, le feste e i concerti che in Santa Cristina trovavano degna cornice alla sua regalità.
Negli anni successivi il Marchese di Sénantes, definitivamente insediatosi nel Comune di Borgaro, incorpora gradatamente, via via che si rendono disponibili, le cascine intorno alla sua, tanto che nel 1688 (come risulta da un catasto conservato nell’Archivio Comunale di Borgaro) possiede una tenuta di 535 giornate, oltre le 280 prese in affitto, nel cui centro si erge la cascina con la residenza padronale costruita secondo i canoni delle ville più lussuose.
All’esterno un vasto giardino e un’imponente peschiera, da cui partivano numerosi viali alberati che, collegando la villa con i paesi circostanti, dovevano rendere evidente la potenza che il Marchese di Sénantes aveva a quel tempo.
Il palazzo seicentesco, di architettura estremamente semplice, doveva il suo antico fasto agli affreschi che ricoprivano l’intero edificio, ormai quasi scomparsi.
Dall’ingresso si accedeva in un grande salone centrale a due piani, coperto da una finta volta, e tagliata a metà da una balconata in legno che correva tutto intorno al primo piano, con tutte le pareti interamente coperte da affreschi che rappresentavano una falsa architettura con lo scopo di amplificare lo spazio fisico disponibile.
In questa finzione scenografica si inserivano affreschi di figure umane di aspetto popolaresco e talvolta comico, che svolgevano una ben definita azione teatrale; l’insieme è arricchito da integrazioni architettoniche, come medaglioni, cariatidi, putti, modiglioni, rappresentazioni mitologiche, tutte teatralmente inserite dentro i numerosi riguardi dell’ornamentazione.
In seguito alla morte del Marchese di Sènantes, avvenuta nel 1688, la tenuta passò alla primogenita, non avendo il Marchese figli maschi, moglie di Angelo Isnardi de Castello Marchese di Caraglio, uno dei nomi più illustri del Piemonte di quel tempo, che nel catasto del 1735 risulta possedere ben 823 giornate.

5 – Cascina Cavaglià, posta ai limiti meridionali del territorio, vicino al villaggio del Villaretto, era di proprietà del Marchese Falletti di Barolo e aveva un’estensione di circa 68 giornate di terra.

6 – Cascina Stroppiana, posta nel territorio a sud del paese, è tra le più antiche di Borgaro già esistente nei consegnamenti cinquecenteschi e faceva parte dei beni feudali del Conte Langosco di Stroppiana da cui prese il nome. Nel catasto del 1735 risulta di proprietà del nuovo feudatario locale, il Conte Augusto Renato Birago di Borgaro.
La potente famiglia Birago entra in possesso del feudo e della cascina nel 1587, quando il conte Luigi Lorenzo Birago di Vische sposa Lodovica Langosco, la figlia di Tommaso Langosco di Stroppiana.

7 – Cascina Cravario, posta sulla sponda sinistra della Stura, oggi nel territorio di Borgaro, non viene citata nel catasto del 1735 in quanto all’epoca faceva parte del territorio di Altessano inferiore. Anch’essa faceva parte della grande proprietà del Marchese di Barolo.

Le cascine nel paese
Il catasto del 1735 censisce solo i terreni, pertanto tutto il nucleo del centro storico resta senza indicazioni dei fabbricati esistenti, rendendo molto difficile conoscere sia i loro proprietari che la loro destinazione d’uso. Oggi, inglobati nel centro urbano, ben poco si conserva degli originali fabbricati, demoliti o trasformati completamente per usi residenziali o commerciali.
Dai dati catastali e dalle superfici in proprietà si possono comunque individuare quelle che erano sicuramente delle importanti cascine con almeno 30 giornate di terra coltivata, e poste all’interno del centro abitato.
Tra queste spiccano i seguenti nomi:
il Conte Birago con la cascina del castello; Gabriel Buttis con 102 giornate di terra;  Carlo Mirano con 32 giornate; l’avvocato Presbitero con 68 giornate;Maria Caterina Richiarda con 49 giornate; il Marchese San Martino di Parella con 77 giornate.

I “ciabot”
Molto diversa è invece la storia dei piccoli fabbricati rurali (cascinotti, o anche detti ciabot) sparsi ai margini del centro storico, principalmente nella zona a nord del paese lungo l’antica strada romana coincidente con l’attuale provinciale per Caselle.
Anch’esse erano delle aziende agricole, ma che difficilmente superavano le 10 o 15 giornate di terra, ed erano normalmente abitate dallo stesso proprietario che gestiva direttamente l’azienda insieme alla sua famiglia, con l’aiuto al massimo di qualche salariato.
L’economia di queste aziende era rivolta essenzialmente all’autoconsumo, e ben poco era destinato alla vendita sui mercati locali.
Alcune di esse si ingrandirono nell’Ottocento, altre si aggiunsero, e una in particolare, nella prima metà dell’Ottocento, venne acquistata da Michele Raby (ben conosciuto anche a Caselle) che rapidamente la trasformò in una grande cascina con villa padronale di circa 40 ettari. Oggi l’edificio è stato interamente recuperato dal Comune per usi civici, e ha mantenuto il nome di Cascina Nuova.

 

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