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mercoledì, Febbraio 28, 2024

Capodanno 1974, quando avvenne la più grave sciagura mai accaduta nel nostro cielo

Cinquantesimo anniversario della tragedia aerea dell’Itavia IH897

Sono ormai trascorsi cinquant’anni dalla terribile sciagura aerea che si abbattè sul nostro paese in quella nebbiosa giornata del 1° gennaio 1974, quando il Fokker F-28 Mk1000 (I-TIDE) si schiantò in fiamme a poche centinaia di metri dall’abitato di Caselle, provocando 38 vittime.
L’aereo della compagnia aerea Itavia, volo IH897, era partito da Cagliari poco dopo le 10 e 30 per fare scalo a Bologna prima di ripartire, attorno alle 12 e 40, alla volta di Torino-Caselle, da dove doveva ridecollare con destinazione l’aeroporto di Ginevra-Cointrin.
Ai comandi del bireattore il comandante Domenico Romeo, esperto pilota di 42 anni, con al suo fianco il secondo pilota, Giulio Montanari; completavano l’equipaggio Giampaolo Sciarra, come assistente tecnico (che sarà tra i sopravvissuti), e Bruno Chiti assistente di volo.
I passeggeri erano 38, in maggioranza persone che rientravano dalle vacanze natalizie trascorse nei loro paesi d’origine, soprattutto dalla Sardegna.

Dinamica dell’incidente
Durante il volo il comandante Romeo non incontrò particolari difficoltà, ma quel giorno a Caselle le condizioni atmosferiche erano pessime, con pioggia, foschia e una visibilità molto scarsa, tanto da prevedere un eventuale dirottamento all’aeroporto milanese di Linate.
Alla fine però venne deciso di atterrare comunque a Caselle, e, dopo le normali procedure per l’avvicinamento, il velivolo si apprestò all’atterraggio sul nostro aeroporto.
Un primo tentativo di avvicinamento venne abortito per la pessima visibilità e per le avverse condizioni meteo, così il pilota effettuò una “riattaccata” per riportare l’aereo in quota.
Effettuato un circuito a sinistra il velivolo venne riportato in assetto di atterraggio, ma a quattro chilometri dalla testata della pista il pilota iniziò a incontrare difficoltà nella condotta dell’aereo, forse anche a causa di raffiche di vento o forse a causa di un violento fenomeno di “wind shear” (variazione improvvisa del vento, vento di caduta), fenomeno temutissimo da parte di tutti i piloti in fase di atterraggio.
Purtroppo qualcosa non andò per il verso giusto (non siamo noi in questa sede a giudicare), e l’aereo ormai in fase finale verso l’aeroporto, scese di quota più del dovuto tranciando prima le cime di alcuni alberi, urtando poi subito dopo i pilastri del primo piano della struttura di una palazzina uffici sopra un capannone in costruzione in Strada alle Fabbriche, 20 (in seguito, alcuni mesi dopo, occupata da una azienda per il commercio del ferro).
Con l’ala destra fortemente danneggiata il Fokker ormai fuori controllo si capovolse strisciando per centinaia di metri perdendo prima l’ala destra e poi la coda e l’ala sinistra, terminando la sua folle corsa contro l’angolo di una tettoia in muratura del cascinotto Macario di Via Venaria 33.
Erano le ore 13 e 38 quando l’aereo cadde a poche centinaia di metri dall’abitato di Caselle in un mare di fiamme; all’atterraggio sulla pista 36 mancavano poco più di mille metri.
La sciagura sarebbe stata di dimensioni immani se l’aereo avesse proseguito ancora la corsa per qualche centinaio di metri, finendo contro le prime case del paese, senza contare che bastava che il muso dell’aereo finisse la sua corsa una decina di metri più a sinistra, e invece della tettoia avrebbe colpito in pieno l’abitazione in cui vi era riunita l’intera famiglia Macario.
Il troncone della cabina di pilotaggio, come detto, finì contro il fabbricato dei Macario, capovolto e con il carrello anteriore in aria contro le strutture metalliche della copertura della tettoia, mentre il resto della fusoliera, spezzata in due tronconi principali, venne completamente avvolta dalle fiamme, con i rottami sparsi nel raggio di 200-300 metri.
Sul luogo del disastro i residenti, subito accorsi, a causa delle alte fiamme non riuscirono a portare soccorso ai malcapitati rinchiusi nella fusoliera; a poco a poco le grida di aiuto dei passeggeri si affievolirono sino al silenzio assoluto, intrappolati nella bara infuocata del velivolo che per il calore si stava liquefacendo.
Immediati furono i soccorsi da parte dei vigili del fuoco, dei carabinieri, della polizia, coadiuvati da diversi volenterosi, nella speranza di trovare ancora qualche sopravvissuto; purtroppo, spente le fiamme, rimase solo il tempo della straziante operazione di recupero delle vittime.
I due piloti davano ancora qualche segno di vita e i pompieri si dedicarono all’estrazione dalle lamiere della cabina, ma purtroppo anche per loro il destino fu fatale. I poveri resti degli occupanti dell’aereo vennero distesi uno accanto all’altro sull’erba del prato, bagnata da una pioggia sempre più insistente.
L’intervento di soccorso delle vittime terminò all’incirca alle 19 di quel tragico giorno del 1974, giorno che rimarrà negli annali della nostra città e dell’aviazione commerciale civile italiana.
Nello schianto, e successivo rogo, perirono 38 persone tra passeggeri e uomini di equipaggio, e solo quattro furono i sopravvissuti, di cui due in condizioni disperate.
Questa è stata la più grave sciagura aerea avvenuta nel nostro cielo, dopo il disastro di Superga del 4 maggio 1949, quando scomparve l’intera squadra del Grande Torino, proveniente dal Portogallo.

All’ingresso del cimitero una targa ricorda il tragico evento con queste parole:

Il tempo non cancella il ricordo di 38 vite umane
stroncate in un disastro aereo
nel venticinquesimo anniversario della sciagura.
La Città di Caselle in memoria.
1-1-1074 1-1-1999

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