Siamo immersi in un processo storico nel quale i confini tra le varie nazioni sfumano di fronte ad entità istituzionali più allargate; nel quale le società derivano sempre più da un’economia e da una comunicazione su scala mondiale; nel quale l’aspetto tecnologico è imprescindibile dal vivere quotidiano, in quanto ne determina le scelte e ne accelera le azioni.

Non viviamo in un periodo particolarmente nefasto se confrontato con altri precedenti. Se volgiamo lo sguardo indietro solo di un secolo e tralasciamo gli anni di guerra, ci rendiamo conto che molti sono stati i decenni di terrorismo (rosso, nero, basco, irlandese), di minacce di una nuova guerra globale (lo scontro tra il blocco americano e il blocco sovietico), di diffusa corruzione (tangentopoli) e di stragi di diversa matrice (Bologna, Capaci per citarne un paio). Non è relativismo storico; è indispensabile fornire una giusta collocazione. Se di fronte a noi ci sono problemi insoluti come le iniquità, l’assenza di politiche per il lavoro giovanile, la continua erosione dei valori di onestà, senso civico, rispetto, c’è da sottolineare che mai prima d’ora le opportunità siano così a portata di mano.

I periodi di crisi, da intendersi come periodi di mutamenti e movimenti da un sistema ad un altro, hanno dimostrato che la strada dell’umanità viene delimitata da un lato da rivoluzioni e dall’altro da controrivoluzioni. La rivoluzione tecnologica che stiamo assistendo e che ci coinvolge direttamente ne è un esempio evidente. Vi sono coloro che la sostengono, dichiarandone la positiva ineluttabilità e di contro vi sono coloro che auspicherebbero un, seppur molto difficile, ritorno ad un passato pre digitale. Ognuno di noi più o meno possiede un’opinione che si colloca tra questi due estremi.

Un altro evidente aspetto sociopolitico che assistiamo nel nostro tempo è lo scollamento tra le istituzioni e la società civile. Non è sicuramente un aspetto rivoluzionario, anzi. Per secoli regnanti e sudditi sembravano legati solo sulla carta. Ai giorni nostri tale distanza la si nota nel largo astensionismo in occasione delle elezioni ma non solo. La ritroviamo nella mancanza di una cultura politica della classe dirigente, nella scarsa partecipazione alle necessità quotidiane e in una comunicazione che mira più ad impressionare che informare. È come se la sfiducia avesse minato il contratto sociale rousseauiano, svuotato nella sua essenza dai continui scandali, dall’incapacità di fornire soluzioni concrete e da regole del gioco che premiano individui e singoli gruppi a discapito della comunità.

In molti sport, in particolare nel tennis, quando le cose non vanno per il verso desiderato si sente spesso dire di attaccarsi ai fondamentali. Ecco, quando lo Stato e la società in generale ci paiono enti distanti e sconosciuti un modo per ritornare in contatto con essi è quello di riscoprire il territorio locale e questo può avvenire in almeno tre direzioni, quella istituzionale, quella associativa e quella ecologica. La direzione istituzionale consiste nel partecipare alla cosa pubblica locale, recandosi alle elezioni, informandosi sui programmi, segnalando argomenti di interesse comune. La direzione associativa si manifesta collaborando attivamente al benessere del proprio paese, attraverso il volontariato, promuovendo le peculiarità locali. La terza direzione, quella ecologica, si sviluppa preservando le risorse naturali locali, occupandosi di tutelare l’ambiente in cui si vive per consegnarlo, sostenibile, alle generazioni future. Forse un modo per riappropriarsi del concetto di Comunità Europea e di Stato, ora inflazionate, può nascere proprio dal risaldare il legame con le strutture intermedie e più vicine a noi, la famiglia e la comunità locale. Insomma riscoprire i fondamentali.

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