Ed eccoci qui, al cospetto del nuovo anno. Pervasi dalla noia.
Noia per quanto asfitticamente il nostro Paese offre oggi in termini politici e di futuro.
Noia per quanto la nostra piccola città ci costringe a dire e sottolineare. Come si fa a capire che si approssimano nuove elezioni? Perché si affacciano alla stanca politica nostrana le menti migliori, volti vergini da affiancare a chi sa come si muove e si smuove la complessa macchina comunale? Manco per idea.

Lo si percepisce piuttosto, come legge democristiana non scritta e sempre valida vuole, dal brulichio di prossimi interventi che, come troverete a pag. 3, ci dicono come “dopo tanti anni sia diventato necessario ripensare e risistemare il nostro centro storico. Un progetto molto complesso che guarda alla Caselle del futuro.” Ciò speremo:  meglio tardi che mai.

A proposito di “tardi”, l’ottimo lavoro di Paolo Ribaldone, che troverete nelle pagine centrali di questo numero, ci ricorda – dalla A alla Z…_ che sono ormai trascorsi ben  sedici anni da quando si vaticinò il progetto legato alle famose Aree ATA. Da allora di acque, torbide e non, ne sono passate molte e di ciccia se n’è vista ancora troppo poca.

Le appena trascorse feste hanno riesumato dalla biblioteca un’opera assai amata di Vitaliano Brancati, “Gli anni perduti”: è stata una rilettura interessante e amara, da consigliare. A tutti.
Per evitare, nel momento in cui il gruppo Percassi sta per aprire a Settimo il Torino Outlet Village, con ben 90 negozi di altissimo livello e brand internazionali a iosa, cupi orizzonti casellesi, conditi da disillusioni varie. Non è più tempo di attese per il Caselle Village: si chiarisca nei fatti, e non solo nelle parole e nei progetti, ciò che riguarda il nostro futuro.
Caselle non può  e non deve essere Natàca, sia ben chiaro.

Natàca cos’è? E’ un località immaginaria, creata da Brancati, dove agiscono  portatori di velleità artistiche o intellettuali varie, ognuno convinto di essere destinato ad opere memorabili che renderanno eterno il proprio nome. Le “menti illuminate” si scontrano ogni giorno però con un’invincibile apatia della loro città. Natàca è una città dove nulla accade, dove i giorni si somigliano tutti e non portano mai a nulla di nuovo.

A sconvolgere la tranquilla noia di Natàca arriva  un personaggio strano e misterioso che ha un’idea sconvolgente: costruire una torre unica e panoramica, che a breve sarà celebrata dall’universo mondo e trasformerà il paese in un luogo ambito e invidiato. Tutti gli attori principali della vicenda, che mai nulla avevano fatto, si lasciano infatuare. L’impresa faraonica coinvolge tutta la città per ben dieci anni. Questo non comporta però per gli abitanti di Natàca un deciso risveglio: continuano a vivere la loro apatia permanente che si dissolverà quando la speranza potrà diventare cosa concreta, rappresentata dalla luce e dalle meraviglie che si potranno vedere dalla torre.

Ma ‘sta torre si realizzerà mai? Occorre leggere il libro fino in fondo per saperlo, per capire quanto la burocrazia si diverta a sfibrare e snervare le speranze di Natàca, giorno dopo giorno, ora dopo ora; quanto e come il sogno si infranga a  pochi metri dal traguardo: come il paese venga restituito alla variabile costante della noia. O  forse no, visto che la “Buona Lisa” riuscirà alla fine a gridare un “Evviva la vita” e ad avviarsi ironicamente verso il risveglio.
Ci vedete analogie? Ciò, speremo de no,  anche se sarebbe opportuno darsi davvero un “andi” e accelerare.

Non è più tempo di attese. Come diceva il mitico Palmiro Cangini,  è ora di “fatti, non pugnette”.

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