Bear ha fatto davvero centro.

Il suo pezzo “Questo non è proprio un paese per vecchi”, pubblicato recentemente da “Cose Nostre” è stato condiviso e apprezzato da un gran numero di persone. Su Facebook ad un certo punto è apparso questo “post” lasciato da Davide Lanzone, un commento così intenso che merita di essere ripreso. E’ dedicato a tutti i malati: uno spaccato di dolore che accresce il dolore

Tutt’attorno dolore, tutt’attorno persone spaesate, un senso di malessere che veleggia nell’aria.

Persone diverse accomunate dall’attesa, persone che cercano un contatto d’aiuto con chi non degnerebbero di uno sguardo se poste fuori da quel luogo. Intimità infrante, nudità esposte che fuori da quella porta sarebbero un sacrilegio, un vilipendio. Acqua, acqua un unico conforto per quelli soli, stesi lì da ore in attesa di qualcuno o qualcosa. Si varca la porta di quel luogo e il tempo si ferma, tutte le regole quotidiane infrante, tutti i ritmi alla ricerca di una nuova biologia compatibile con quel luogo, con nuove regole che non si sanno, regole che cambiano da uno all’altro e da volta in volta. Calma irrequieta aleggia nell’aria, odori mai sentiti ti entrano e permangono, ti restano dentro per ore o per giorni. Tutt’attorno è posticcio, nastri inadatti e posticci riparano oggetti, tengono cose, sigillano fessure, cartelli ovunque, ogni cartello una regola, ogni regola infranta dalla necessità del momento, regole su regole che impongono e non confortano. Un luogo dove vedi per una volta sola della vita persone che mai avresti conosciuto, con alcune si crea un forte legame, forte e limitato nel tempo, dissolto quando il primo paziente è dimesso, in un attimo si dissolve quel forte legame, legame di comprensione e di conforto. Sirene infrangono il silenzio dell’attesa, nessuno parla ma tutti imprecano: “Sta più male di me… mi passa avanti… che regole quelle dei colori… regole su regole.

Tocca a me, un gracchiare incomprensibile del medico mi chiama, tutti mi guardano, tutti mi odiano, passo per primo; cerco, cerco la sala del numero che ha gracchiato, numero che non c’è, non c’è, non lo trovò, mi urlano “E’ qui la sala, è qui, venga venga”. Cammino, il numero non c’è è coperto da un foglio posticcio con altre regole, varco la soglia impaurito, mi siedono davanti al dietro del monitor e al di là c’è il medico, chino sulla tastiera a battere tasti e pormi domande. Nessuno sguardo, niente di niente, solo domande e colpi sulla tastiera, parole in codice con i colleghi, altri ticchettii e poi l’indicazione “Esca e segua la riga gialla, ci vediamo dopo”. Del medico nulla, non so nulla, solo la voce, forse si chiama Dell, così c’era scritto dove guardavo.

“Si metta lì, chiuda la porta, si tolga la giacca, ecco cosa c’è alla fine della riga gialla consumata. Nell’ultima curva non c’è la riga gialla ma ho indovinato, c’è una grande sala con una grande macchina fotografica, una macchina ancora con le lastre; storia e realtà nella stessa stanza. Altri cartelli, altro nastro, altre regole … “Attenti non lasciare … attenti alla luce … non posare” … e infine “Stia fermo” è una vibrazione scuote la sala e poi “Vada, vada da dove é venuto e aspetti”.

La mia sedia già occupata, non c’è rispetto, non ci sono più sedie, mi consigliano “Ne prenda una fuori”, esco … ma non ho la moneta per sbloccare la catena che vincola la sedia al muro, nessuno ha moneta, anzi un via vai di persone che chiedono monete e sigarette, ma chi sono? Gente che passa e che chiede monete e poi se ne va. Gracchia il mio nome, ora so la stanza dove devo andare, mi siedo davanti a Dell, altra domanda e altro ticchettio. Dell alza la testa e mi comunica che non ho nulla, stia a riposo, prenda della Tachipirina, altri ticchettii … “Gli bastano 5 giorni?” Mi domanda Dell. “Di cosa?”, chiedo ignaro. “Di mutua, di cosa sennò”. Dico che non sono un dipendente e Dell spazientito del tempo che ha perso per la Mutua mi liquida con un … “Se ha male torni”. Esco nell’invidia di tutti, ho terminato il mio percorso e non ho nulla, ho male ma non ho nulla, mi curerò a casa come avevo pensato, mi fascerò con un po’ di pomata e passerà. Passo davanti alle barelle, lenzuola cadenti, scritte su scritte rivendicano la proprietà delle barelle, chi Dea, chi Pronto, chi Med. Ogni barella una scritta nuova ed una cancellata. Ma di chi saranno, da che piano arriveranno? Esco all’aria ed altri mi chiedono monete, sigarette, tutti che hanno bisogno di qualcosa. Altre persone ancora lì, erano lì prima di me e sono ancora lì: ma che dolore avranno?, mi chiedo.

Elis Calegari
Elis Calegari è nato a Caselle Torinese il 24 dicembre ( quando si dice il caso…) del 1952. Ha contribuito a fondare Cose Nostre, firmandolo sin dal suo primo numero, nel marzo del '72, e, coronando un sogno, diventandone direttore responsabile nel novembre del 2004. Iscritto all' Ordine dei Giornalisti dal 1989, scrive di tennis da sempre. Nel corso della sua carriera giornalistica, dopo essere stato anche collaboratore di presdtigiose testate quali “Match Ball” e “Il Tennis Italiano”, ha creato e diretto “Nuovo Tennis”, seguendo per più di un decennio i più importanti appuntamenti del massimo circuito tennistico mondiale: Wimbledon, Roland Garros, il torneo di Montecarlo, le ATP Finals a Francoforte, svariati match di Coppa Davis, e gli Internazionali d'Italia per molte edizioni. È tra gli autori di due fortunati libri: “ Un marciapiede per Torino” e “Il Tennis”. Attualmente è anche direttore responsabile di “0/15 Tennis Magazine”.

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